30 marzo 2020

Cultura

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16.01.2020

KOSTNER GIACOMETTI DEI MONTI

La locandina della mostra di Isera
La locandina della mostra di Isera

Io credo che, prima di ogni pur sempre necessario discorso critico e filologico sulla scultura di Joseph Kostner (Ortisei 1933 – 2017), sia giusto rivendicare alla sua ricerca una solida autonomia, che si radica profondamente nel contesto storico della sua valle. Aggiungo, nel trilinguismo della sua valle; per cui, alla fine, come ironicamente e finemente scrisse lo stesso Kostner, può accadere che un bimbo non sappia più a che scuola debba iscriversi e con quale lingua possa chiamare il suo paese: Ortisei, St.Ulrich, Urticei. L’autonomia interna è l'anima di questo scultore, come di tutta la cultura più genuina della Val Gardena con la sua storia millenaria, le sue tradizioni colte e popolari, difese con tenacia nei confronti, di volta in volta, delle culture tedesca ed italiana. Un'autonomia che non significa isolamento, bensì capacità di attivare un confronto dinamico con le culture con cui viene a contatto; necessità di continuare a possedere un proprio linguaggio, che consenta di vivere, di non scomparire: che viene esaltato dall'isolamento biologico del vivere in valle, sotto lo Spigolo del Pollice e di Punta Grohmann del Sassolungo. Queste cime sono il codice naturale che permette di conoscere l'anima più ricca e complessa di Kostner, il suo profilo esistenziale, la sua Weltanschauung: un’anima antica che si esprime in un figurativismo spontaneamente espressionista: naturale deformazione dei profili, rassodamento delle forme muscolari, adattamento delle fattezze corporee alle ben più possenti forme delle montagne. Sempre l'occhio ha cercato nelle rocce di ritrovare immagini e somiglianze: le rocce, offrono materiale immenso a questa ricerca. Tutto questo non basta a Kostner, che - ce lo confidò anni fa quando siamo andati per la prima volta a trovarlo ad Ortisei - a volte si sente soffocare in mezzo alle sue montagne. Allora deve prender su e andarsene nelle città delle pianure e delle grandi valli a vedere mostre – indimenticabile, assicurava, quella alla Biennale di Venezia del 1964, quando premiarono Giacometti: il suo ideale di scultura viva -. Ho riportato la sua confidenza perché, per capire la scultura di Kostner, non bisogna credere che egli sia un nativo, o, addirittura, un naif, cui viene naturale scolpire perché il legno ce l'ha a portata di mano e le forme gliele insegna la natura. Prima di tutto, Kostner plasma e non scolpisce: per anni ha plasmato nella creta e nel cemento, che poi lavora e colora variamente, facendo assomigliare a certi ferri di Chillida. Il cemento di Kostner supera per forza e duttilità sia il marmo che il legno: diviene un ambito culturale esso stesso. Un ambito culturale quasi sottinteso, che gli permette di muoversi fuori dei pericoli del già visto e di agganciarsi con forza naturale alla ricerca plastica contemporanea, ben sapendo quello che sta facendo e perché lo sta facendo. Le sue statue oggi in bronzo, destano in chi le visita un'impressione forte, indimenticabile, perché hanno in comune una cifra: un gusto arcaico, scopertamente primitivo, primordiale, che capta del corpo umano un'espressione sorpresa, di stupore, nei confronti della vita. Stupore che non è felice: mi sembra sia più spesso angosciato; di un'angoscia serena, non cupa e incomunicabile; un'angoscia di cui Kostner ha coscienza e la presenta con coraggio in questi suoi volti dalle labbra serrate nel dolore, nell'urlo trattenuto; oppure con bocche spalancate in cui è evidente più la forma del cranio che quella della testa. Come annota Lisa Trockner in catalogo: “Le sue raffigurazioni più che essere solo una riproduzione anatomica della realtà, sono la materializzazione delle emozioni e sentimenti.” Le teste di Kostner manifestano un’attenta meditazione sulla sostanza più dinamica della scultura di immagine, la necessità di avere un'espressione e di offrire subito un'impressione a chi guarda: aprire un colloquio, indurre alla meditazione, alla riflessione, per liberarci dall’oppressione di questa nostra società che naufraga nella banalità pesante quotidiana (come annota in catalogo Michil Costa). Le sue teste sono di uomini che guardano lontano, che sfuggono il tuo sguardo, perché vogliono indurti a guardare con loro oltre lo spazio che ci circonda. Allora si comprende la deformazione dolorosa dei corpi delle sue figure intere: una deformazione giacomettiana e baconiana insieme, che scava nel profondo della dimensione umana, in un contesto esistenziale difficile ed isolato qual è quello in cui Kostner e la sua gente vivono da secoli. Per questo credo di poter affermare che la scaturigine prima e la miniera più ricca di questo artista (le prove grafiche, di una scioltezza raffinata ed avvincente, lo confermano) sia data dalla presenza quotidiana di quel "primordio" che gli artisti del Novecento hanno cercato ovunque; troppo spesso lontano da loro e dalle loro culture. Al contrario, Kostner non ha paura di sfruttarla questa naturale dimensione esistenziale: ne nasce un'arte drammaticamente protesa a documentare senza esitazione il travaglio del vivere quotidiano, cercando il gesto che significa la storia più intima della propria vita, che è poi e sempre il gesto più comune, più normale: un torsione del busto, del collo, di un muscolo, la posizione di un braccio, della mano: il dialogo continuo che ogni uomo apre con lo spazio naturale che lo circonda, con il suo micro o macro-territorio. Volete constatare quanto ho appena scritto? Ad Isera, (sui declivi a occidente di Rovereto) nel settecentesco Palazzo de Probizer, potrete ammirare quella che io considero per molti appassionati, ed anche esperti di scultura del XX secolo, una scoperta, la mostra:«Josef Kostner: Oltre ogni soglia – Sculture e disegni» curata, come il ricco catalogo, da Mario Cossali e Remo Forchini: 24 bronzi e una quarantina di disegni a china e carboncino. Una vera e propria scoperta da non perdere. Aperta fino al 22 febbraio. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Francesco Butturini
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