08 luglio 2020

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13.05.2020

INCENDIARE LA CULTURA

Studenti nazisti bruciano libri ebraico-marxisti sulla Opernplatz di Berlino la notte del 10 maggio 1933
Studenti nazisti bruciano libri ebraico-marxisti sulla Opernplatz di Berlino la notte del 10 maggio 1933

Tra le tante cose che questa pandemica clausura ci ha insegnato a non dare per scontate, e ad apprezzare in tutta la loro forza e bellezza, c’è sicuramente il libro, quel «compagno che ci fa passare dei momenti felici» come l’aveva definito Leopardi riconoscendo all’oggetto la stessa dignità di persona attribuitagli da Petrarca qualche secolo prima: «Interrogo i libri e mi rispondono. E parlano e cantano per me. Alcuni mi portano il riso sulle labbra o la consolazione nel cuore. Altri mi insegnano a conoscere me stesso e mi ricordano che i giorni corrono veloci e che la vita fugge via». L’irrinunciabile valore della pagina scritta felicemente riaffermato dal fatto che, nel pieno della crisi sanitaria, le librerie sono state tra i primi esercizi commerciali a poter riaprire i battenti per rendere disponibile quello che dovrebbe essere a tutti gli effetti un bene di prima necessità, ci fa riandare per contrasto a tragici eventi di 87 anni fa. Il 10 maggio 1933 infatti, l’Opernplatz di Berlino veniva illuminata dai cupi bagliori del più grande e iconico tra i roghi di libri, le Bücherverbrennungen, che tra marzo e agosto costellarono la Germania a poche settimane dall’ascesa al potere di Hitler. Quella della biblioclastia è una storia antica che non inizia e non finisce con il nazionalsocialismo, basti ricordare gli incendi appiccati alla biblioteca di Alessandria al tempo di Teodosio I e della dominazione araba (IV e VII secolo), i roghi di libri voluti da Savonarola nella Firenze di fine Quattrocento e dagli anabattisti, a Münster, nel 1534, i roghi del Talmud e di altri «libri proibiti» organizzati dall’Inquisizione a partire dal XVI secolo e, in tempi più recenti, quelli di opere «sovversive» nel Cile e nell’Argentina delle dittature fasciste o nei territori controllati dal’Isis. Per i nazisti, che nella tradizione germanica potevano ispirarsi come modello di sciovinismo culturale al rogo di libri organizzato dagli studenti nel 1817 presso il castello della Wartburg per reagire alle influenze culturali francesi, questo rito andava però oltre una dimensione meramente simbolica assumendo il significato di una vera e propria purificazione e rinascita attraverso il fuoco. Colpisce in questo senso il ruolo centrale assunto dai roghi di libri, come spettacolare messa in scena del programma ideologico nazionalsocialista, all’interno dei sei intensissimi mesi che nella prima metà del 1933 videro Hitler tramutare il cancellierato in dittatura riducendo in macerie il Parlamento (anche quello tra lingue di fuoco degne di una scenografia wagneriana), eliminando con una sanguinosa faida chi aveva favorito la sua ascesa, compresi i vertici delle SA, i suoi pretoriani in camicia bruna, e venendo infine acclamato capo dello Stato dal novanta per cento dei tedeschi chiamati a plebiscito. A sancire definitivamente l’importanza attribuita al rogo dei libri sarebbero state le parole pronunciate da Goebbels in occasione del falò berlinese, quando il ministro per l’Istruzione pubblica e la Propaganda, riaffermando che con le fiamme in cui sarebbero arsi 20.000 volumi si voleva eliminare «lo spirito maligno del passato», dichiarò: «L’uomo tedesco del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo fatto di carattere. È a questo scopo che noi vi vogliamo educare». In prima fila a gettare tra le fiamme il meglio del pensiero tedesco, ammaliati da questa nuova liturgia di massa e dal suo diabolico fascino, c’erano tanti ragazzi e studenti, attori principali di una «rivoluzione della gioventù», come la definì George Mosse, che, tipica dei fascismi, voleva «l’uomo nuovo» e «andava in cerca di vitalità e di azione, ma al tempo stesso aspirava alla restaurazione di un sistema morale tradizionale, borghese». Quelle fiamme tra le quali avrebbe dovuto morire la «peste distruttiva» di una cultura degenerata - così l’aveva bollata il quotidiano nazista «Völkischer Beobachter» - si impressero come un marchio d’infamia nell’anima dell’Europa novecentesca e non è un caso se uno dei suoi più raffinati intellettuali, Elias Canetti, le pose idealmente al centro del suo capolavoro Auto da fé. Ma per cogliere pienamente l’impressione suscitata dai roghi dei libri non si può fare a meno di ricordare gli autori dei volumi distrutti nel fuoco, volumi dei quali, grazie al lavoro condotto con pazienza certosina da Georg Salzmann tra il 1976 e il 2013, si è riusciti a recuperare 15.000 prime edizioni ricostruendo in gran parte la «Biblioteca dei libri bruciati»: Thomas Mann, Joseph Roth, Erich Maria Remarque, Franz Werfel, Max Brod, Stefan Zweig, Theodor W. Adorno, Walter Benjamin, Erich Kästner, Karl Marx, August Bebel, Bertolt Brecht, Albert Einstein, Hannah Arendt, Ludwig Wittgenstein, Edith Stein, Erich Fromm, Max Weber, Arthur Schnitzler, Ernest Hemingway, Jack London, Walter Gropius, Paul Klee, Vasiliji Kandinsky, Piet Mondrian, Fritz Lang, Friedrich W. Murnau. Tra gli autori mandati al rogo c’era naturalmente anche Freud, due volte odiato in quanto ebreo e padre della psicanalisi; la sua reazione fu improntata ad un’amara ironia: «Nel Medioevo avrebbero bruciato me, oggi si accontentano di bruciare i miei libri». Morendo pochi giorni dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, Freud non conobbe mai l’infelice destino riservato a quel mesto barlume di ottimismo e non gli toccò vedere quanto poco ci avrebbero messo i nazisti a tradurre in realtà la profezia racchiusa un secolo prima nel verso di una tragedia di Heine, l’immenso poeta tedesco finito anche lui all’indice perché ebreo: «Dove arde il libro, infin si abbrucia l’uomo». •

Stefano Biguzzi
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