29 marzo 2020

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22.01.2020

IL PENSATORE DELL’ETERNO

Emanuele Severino era nato nel 1929 a Brescia
Emanuele Severino era nato nel 1929 a Brescia

BRESCIA «Avvicinarsi alla morte è avvicinarsi alla gioia, ma alludo al superamento di ogni contraddizione che attraversa la nostra vita perchè siamo costantemente nello squilibrio e nell’instabilità: non ci attende la reincarnazione o la resurrezione, ma qualcosa di infinitamente di più». Così scriveva e ripeteva spesso, nelle sue lectio e nei suoi incontri, Emanuele Severino, morto il 17 gennaio scorso a Brescia (dov’era nato il 26 febbraio 1929). La sua scomparsa è stata resa nota solo ieri, a funerali avvenuti, dopo la cremazione. Un pensiero radicale, il suo, che per la negazione del «divenire» lo ha portato ad un conflitto con la Chiesa cattolica al punto che nel 1968, quattro anni dopo aver pubblicato «Ritornare a Parmenide», su sua richiesta venne istruito un processo dall’ex Sant’Uffizio, che dichiarò la sua filosofia incompatibile con il Cristianesimo. Un pensiero che Severino, considerato uno dei più grandi filosofi, scrittori e intellettuali del Novecento, ha coltivato facendo riferimento, oltre che a Parmenide, ad Aristotele, Eraclito, Hegel, Nietzsche, Leopardi. Per il filosofo bresciano l’Occidente vive nel nichilismo, ovvero nella convinzione che le cose, tutte le cose, escono dal nulla e vi fanno ritorno. Nei numerosi libri pubblicati sin dagli anni ’50, Severino ha mostrato invece che tutto, anche le cose più insignificanti, sono eterne per necessità e la convinzione che tutte le cose escono dal nulla e vi fanno ritorno è la «follia estrema». L’uomo ha sempre cercato il rimedio al terrore davanti al dolore e alla morte. Lo ha cercato con il mito, la poesia e la religione e proprio in questo contesto ha approfondito il pensiero di Eschilo ma anche di Giacomo Leopardi in libri come «Il Giogo» e «Cosa arcana e stupenda». Di particolare rilievo poi i suoi studi sulla tecnica - la forza suprema destinata a dominare il mondo e alla quale si assoggettano anche le grandi forze della tradizione: cristianesimo, capitalismo, socialismo, umanesimo - fino al suo ultimo libro, «Testimoniando il destino» (Adelphi). LA CARRIERA. Un percorso cominciato quando aveva solo 23 anni. Si era laureato nel 1950 a Pavia discutendo una tesi su Heidegger e la metafisica sotto la supervisione di Gustavo Bontadini. L’anno successivo ottiene la libera docenza in filosofia teoretica. Dal 1954 al 1969 insegna filosofia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. I libri pubblicati in quegli anni entrano in forte conflitto con la dottrina ufficiale della Chiesa, suscitando vivaci discussioni all’interno dell’Università e nella Congregazione per la dottrina della fede. In particolare «La struttura originaria», libro che leggeva con passione anche il futuro cardinale di Milano Angelo Scola, allora suo allievo. Severino, lasciata la Cattolica, viene chiamato a Ca’ Foscari di Venezia dove è tra i fondatori della Facoltà di Lettere e Filosofia. Dal 1970 è professore ordinario di Filosofia teoretica, dirige l’Istituto di filosofia fino al 1989 e insegna anche Logica, Storia della filosofia moderna e contemporanea e Sociologia. Nel 2005 l’Università Ca’ Foscari lo proclama professore emerito. Per il suo novantesimo compleanno Brescia, lo scorso anno, lo aveva festeggiato con una giornata tra riflessione e teatro. Fulcro dell’evento l’Orestea di Eschilo, che Severino tradusse nel 1985 per Rizzoli e che Franco Parenti e Andrèe Ruth Shammah utilizzarono per la storica messa in scena della trilogia eschilea nel 1986. Alla traduzione fece seguito «Il giogo», il fondamentale saggio sulla figura e l’opera di Eschilo, edito da Adelphi nel 1989. LE REAZIONI. «La notizia della morte di Severino mi rattrista profondamente. Scompare un grande pensatore, di caratura internazionale, che ha saputo esprimere una forte originalità di pensiero. I suoi scritti testimoniano una cultura e una versatilità eccezionali: tessono le trame di un profondo dialogo della filosofia con l’arte, la scienza, il diritto, la politica, la musica, la poesia», scrive su Facebook il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che lo aveva incontrato alcuni mesi fa nella sua casa di Brescia. «Ci ha lasciati un grande protagonista del mondo della cultura e dell’accademia italiana e internazionale e uno dei nostri professori più amati», commenta il rettore dell’Università di Venezia, Michele Bugliesi. «È stato uno dei pensatori di maggior rilievo della filosofia del Novecento e la sua vasta opera era nota in tutto il mondo. Perdiamo un filosofo illustre e un docente appassionato, che ha ispirato e fatto crescere generazioni di allievi». L’UOMO E LA STORIA. «Testimoniando il destino», il suo ultimo saggio, affronta concetti che riguardano tutti, non soltanto studiosi e appassionati. Secondo Severino la filosofia è la volontà di incarnare il sapere assolutamente innegabile, «la stabile conoscenza della verità». La fede di chi segue questa strada, da secoli, è credere che le cose diventino altro da ciò che sono, affermando «che le cose escono dal nulla e vi ritornano. All’interno di tale fede cresce la storia dell’Occidente, e ormai la storia del Pianeta. Si giunge alla negazione inevitabile di ogni dimensione immutabile, quindi di ogni verità innegabile». Il lavoro del filosofo è dunque rivolto a smascherare «la follia di questa fede» per «consentire al linguaggio di testimoniare l’assoluta innegabilità del destino della verità». Severino questo indaga, e in questo crede: nella verità «non quale è intesa lungo la storia dell’Occidente – ossia lungo la storia del nichilismo – bensì la dimensione dell’assolutamente innegabile... Solo esso merita di esser chiamato destino della verità, o destino della necessità». Laddove destino è inteso dal filosofo come la più intensa forma dello «stare», con la stessa radice indoeuropea che dà vita all’epistéme, la scienza dei greci che ha formato dalle fondamenta la storia occidentale. Una logica ipotetica che deve piegarsi, secondo Severino, all’eternità di tutto. •

Marisa Alagia
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