24 aprile 2019

Cultura

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14.04.2019

IL MAESTRO DEL GENIO

La «Madonna col Bambino» di Verrocchio (Staatliche Museen zu Berlin)
A destra, la «Madonna col Bambino» di Leonardo (Victoria and Albert Museum)
La «Madonna col Bambino» di Verrocchio (Staatliche Museen zu Berlin) A destra, la «Madonna col Bambino» di Leonardo (Victoria and Albert Museum)

Un genio a lezione dal maestro. Non un maestro qualsiasi. Quel Maestro della Firenze di metà Quattrocento è un precursore, un visionario. La sua bottega non è solo una fucina di artisti e tecniche, ma è una delle culle del Rinascimento fiorentino. Per gli scultori è, insieme a quella di Donatello, l’orsa polare, il punto di riferimento, la fonte di ispirazione, il luogo dove sperimentare nuove tecniche. PRECOCE. Figlio di un esattore delle tasse, Andrea di Francesco di Michele di Cione, detto il Verrocchio, nato a Firenze nel 1435, a 33 anni è già un artista affermato, con una sua bottega, e viene convocato dai Medici, con altri suoi colleghi, per dare un giudizio sul metodo da seguire per portare a compimento la palla di rame da porre a coronamento della lanterna della cupola del Duomo. Ha già realizzato la tomba di San Lorenzo, dove è stato sepolto Cosimo il Vecchio, e l’Incredulità di san Tommaso per l’edicola di Orsammichele. L’anno successivo accetta di prendere con sé, a bottega, il figlio del suo amico ser Piero da Vinci. Quel giovane, allora appena diciassettenne, si chiama Leonardo: diventerà il Genio. UNA FUCINA. Il Maestro, il Genio e tanti discepoli che scriveranno la storia del Rinascimento fiorentino: Sandro Botticelli, Pietro Perugino, Domenico Ghirlandaio, Francesco Botticini, Francesco di Simone Ferrucci, Lorenzo di Credi, Luca Signorelli e Bartolomeo della Gatta. Sono i protagonisti della mostra Verrocchio il maestro di Leonardo inaugurata il 9 marzo a Firenze, a Palazzo Strozzi, in occasione dei 500 anni della morte del Genio: resterà aperta fino al 14 luglio. Sono 120 le opere esposte tra dipinti, sculture e disegni, con prestiti provenienti da oltre settanta tra i più importanti musei e collezioni private del mondo come il Metropolitan Museum of Art di New York, il Louvre di Parigi, il Rijksmuseum di Amsterdam, il Victoria and Albert Museum di Londra e le Gallerie degli Uffizi di Firenze. LA MOSTRA. L’esposizione è curata da due tra i maggiori esperti del Quattrocento: Francesco Caglioti e Andrea De Marchi e prende in esame la produzione artistica a Firenze tra il 1460 e il 1490 circa, l’epoca di Lorenzo il Magnifico. Le undici sezioni della mostra allestita nello splendido edificio rinascimentale, costruito nella seconda metà del Quattrocento, si aprono con i ritratti femminili. Cresciuto in una bottega di oreficeria (si dice che il soprannome gli arrivasse dall’aver lavorato per Giuliano Verrocchi), Verrocchio trova nelle forme del marmo e del bronzo la sua vocazione: la affina nella bottega di Donatello che, all’epoca era un tutt’uno con i cantieri per l’ampliamento della basilica di San Lorenzo, e la fa propria lavorando con Desiderio da Settignano, maestro nel taglio del marmo come nessun altro al mondo. Verrocchio riporta la precisione appresa nelle botteghe orafe all’arte. Non solo nella scultura. Perché in quella fucina di grandi artisti si sperimentano diverse tecniche: dal disegno alla scultura in marmo, dalla pittura alla fusione in bronzo. I BUSTI. Non c’è distinzione di impegno e di qualità tra la figura e i decori. La cura nei dettagli emerge soprattutto nei ritratti femminili in busto, un genere nato proprio in quell’epoca: è uno dei primi insegnamenti che Verrocchio trasmette a Leonardo pittore. Nella mostra sono esposti, tra le altre, due sculture di donne di Desiderio da Settignano e del Verrocchio accanto ai disegni di Leonardo. FONTANE. Al centro di una delle sale c’è, poi, il celebre Putto col delfino, l’opera realizzata dal Verrocchio su commissione di Lorenzo de’ Medici prima per la villa di Careggi e poi per Palazzo Vecchio, attualmente in restauro grazie al sostegno della Fondazione no profit Friends of Florence. Il putto rappresenta forse il punto più alto raggiunto nella realizzazione delle fontane. Un’arte che Verrocchio affinò con l’incoraggiamento dei Medici, fissandola in forme monumentali. Come i «candelabri» realizzati per i signori fiorentini ed esportati, poi, dallo stesso Verrocchio alla corte reale ungherese di Buda. Nel putto convivono la naturalezza dello scultore classico reinterpretata con una nuova vivacità, resa dal volto e dalla postura, con le forme monumentali di un architetto: Donatello lo era, e il Verrocchio ne aveva ereditato i caratteri. LEONARDO SCULTORE. Uno dei meriti della mostra di Palazzo Strozzi è di avere anche attribuito a Leonardo una scultura in terracotta fino a poco tempo fa di autore incerto. Lo ha fatto grazie, soprattutto, a uno dei due curatori. Francesco Caglioti, 54 anni, calabrese di Lamezia Terme, insegna Storia dell’arte moderna alla Scuola normale superiore di Pisa e Firenze. Ed è uno dei massimi esperti, forse il massimo, del Rinascimento fiorentino. Di Leonardo scultore, fino ad ora, si sapeva che prediligeva il bronzo ma niente, almeno di conosciuto, ci è rimasto di quelle opere. Caglioti e De Marchi, in accordo con il museo londinese, hanno ora collocato questa terracotta tra le opere del grande genio fiorentino grazie a un attenta analisi dei particolari: «Questa strabiliante Madonna non ha riscontri diretti con nessun’altra scultura del Rinascimento fiorentino», si legge nella didascalia che accompagna l’opera. Ne ha, invece, con «moltissimi disegni e dipinti di Leonardo, soprattutto giovanili, ma anche maturi». Opere eccelse quali la Vergine delle Rocce. L’intuizione è affascinante: «Restando a lungo con Verrocchio, Leonardo dovette imparare benissimo a modellare l’argilla». Una materia che aveva lavorato già in gioventù, come testimonia il Vasari che lo aveva conosciuto: «(Fece) nella sua giovanezza di terra alcune teste di femmine che ridono». L’esposizione propone un’infinità di altri tesori. Come la Madonna di Volterra realizzata dal Verrocchio. Un capolavoro che gioca sulla limpidezza dei colori per esaltare la trasparenza dei gioielli e l’eleganza delle vesti. In quest’opera Verrochio riesce a rendere il movimento grazie ad alcuni particolari: le mani giunte in segno di adorazione, lo sguardo del bambino che si porta la mano alla bocca: il tutto sullo sfondo della campagna toscana. Verrocchio non nasce pittore. Ci arriva, anzi, relativamente tardi, a 35 anni, ma raggiunge presto l’apice grazie proprio a questa luminosità che riesce a dare alle opere. Le sue Madonne diventano un modello e un genere da seguire. E ben presto la sua bottega diviene la fucina dei grandi: Leonardo, ma anche il Perugino e il Ghirlandaio. L’ALTRA SEDE E I CROCIFISSI. La mostra prosegue al Museo del Bargello con due sezioni dedicate al tema dell’immagine di Cristo. Oltre alle sculture di Verrocchio, Benedetto da Maiano e Andrea Ferrucci, c’è anche l’Incredulità di san Tommaso, capolavoro bronzeo di Verrocchio. I crocifissi sono una delle espressioni più originali, e difficili, del Verrocchio. Prima di tutto, una sfida con la materia, il legno. A Firenze, all’epoca, c’erano affermate botteghe di legnaioli come le famiglie da Sangallo e da Marino. Ma su tutti si staglia la figura di Benedetto da Maiano di cui alla mostra è esposto un Crocifisso. Da Maiano ha assorbito la maestria del Verrocchio ma, a differenza di altri artisti quali Andrea Ferrucci (anche lui in mostra), l’ha plasmata in toni più pacati che saranno ripresi da un giovane scultore della Valtiberina, figlio di un podestà, che alla fine del ’400 si reca a Venezia per trarre ispirazione dal monumento equestre a Bartolomeo Colleoni, del Verrocchio. Il suo nome è Michelangelo Buonarroti. •

Roberto Vacchini
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