20 novembre 2019

Cultura

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19.05.2019

Nel villaggio-giardino di Borgo Trento

Borgo Trento, villino dei Postelegrafonici, ing. Zorzan 1922-1924 (collezione Don Mazza)
Borgo Trento, villino dei Postelegrafonici, ing. Zorzan 1922-1924 (collezione Don Mazza)

Fra gli anni Dieci e gli anni Trenta del Novecento è Borgo Trento il quartiere cittadino che registra l’evoluzione demografica più intensa, passando da duemila a oltre settemila abitanti. Ma se i pregi ambientali della zona e i fattori restrittivi (come il pedaggio per accedere al centro, richiesto fino al 1915) inizialmente indirizzano lo sviluppo urbano verso un’edilizia abitativa di alto livello, le avanguardie più emblematiche arrivano negli anni Venti, quando l’intera zona si apre ai cittadini del ceto medio e alle diverse tipologie delle loro abitazioni. Una storia che raccontiamo affidandoci al bel volume «Borgo Trento, un quartiere del Novecento tra passato e futuro», curato da Michela Morgante e pubblicato nel 2010 dalla Fondazione Cattolica, in coda a una mostra fotografica di successo che si tenne all’Arsenale nel novembre del 2008. Dopo il primo conflitto mondiale, nel 1919, con il varo del nuovo Testo Unico delle leggi per le case popolari e l’industria edilizia, accanto agli Istituti per le Case Popolari lo Stato aveva riconosciuto l’operatività di enti promotori diversi. Su tutti spiccavano le cooperative di dipendenti pubblici, costituitesi dopo l’introduzione delle agevolazioni creditizie riservate agli impiegati statali, che furono una delle forme di risposta alla crisi degli alloggi seguita alla Grande guerra. Il caso di Borgo Trento è interessante perché in zona, dati i prezzi dei lotti di terreno che un tempo formavano la Campagnola, non possono trovare spazio le case popolari vere e proprie, destinate alla classe operaia; così l’urbanizzazione avviene per mezzo dell’edilizia media, con tipologie d’abitazione riservate alla piccola borghesia. In questo senso l’operazione più significativa è quella promossa nel biennio fra il 1922 e il 1924 dalla Cooperativa Edificatrice Postelegrafonica su un’area di tre ettari - grossomodo 29mila metri quadrati - nella parte ovest dell’ansa dell’Adige compresa fra le vie Ugo Bassi, Aspromonte e Farinata degli Uberti. Qui l’ingegner Adolfo Zordan, capo dell’Ufficio tecnico Comunale fra le due guerre, progetta un villaggio-giardino di circa 40 villini disposti a T, per un totale di 66 alloggi, di cui oggi resiste solo qualche esemplare. Si tratta di fabbricati mono e bifamiliari, in stile rustico, ordinati secondo uno schema regolare che prevede un affaccio principale e un appezzamento di terra con cancello e due o tre gradini che precedono le porte d’ingresso protette da una tettoia che richiama la pagoda. Il continuo spezzarsi delle superfici murarie, l’alternanza di corpi di fabbrica che si rialzano stringendosi a torre e si abbassano riducendosi al solo piano terra, avanzando o arretrando, valgono ai villini il soprannome «case delle ochette». Fra gli abitanti più illustri del complesso ritroviamo l’avvocato socialista Aldo Fedeli, il futuro sindaco della ricostruzione, che nel 1925 si insedia in una villetta al civico 1 di via Bassi. Edilizia popolare per la classe media, a metà fra il pubblico e il privato, con la muratura in graticcio di impronta nordica, aderente ai modelli architettonici circolanti in Italia (negli stessi anni a Milano viene realizzato il villaggio-giardino «La Postelegrafonica» su progetto di Giovanni Broglio): non solo per il borgo, per l’intera città si tratta di una iniziativa di vaste proporzioni. La tipologia della casa famigliare su lotto di terreno abbraccia anche un intento sociale, ovvero quell’idea di microcosmo di pace e sicurezza che sembra una risposta efficace per controllare le dinamiche di espansione urbana. Così non sarà. «Il quartiere postelegrafonico venga, quando che sia, demolito e ricostruito per dar posto a costruzioni più convenienti all’importanza del luogo» è l’auspicio che si legge nella relazione sul progetto di Piano regolatore di Verona presentato durante il Ventennio col motto «Valeas per saecula». Gli edifici avevano mutato la qualità della zona, tanto che il Regime le ritenne un elemento disturbatore. La sostituzione avverrà in massima parte fra il 1947 e il 1954, quando le casette verranno sottoposte a una ventina di interventi fra ampliamenti, sopraelevazioni e ricostruzioni totali. Lavori poi moltiplicatisi fino alla metà degli anni Sessanta. •

Laura Perina
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