16 luglio 2019

Cultura

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24.10.2018

L’attualità di Dante nell’Inferno della vita quotidiana

Gregorio Vivaldelli durante la sua lezione al Teatro Ristori FOTO MARCHIORI
Gregorio Vivaldelli durante la sua lezione al Teatro Ristori FOTO MARCHIORI

Dante non è più con noi? Mai stato più vicino ad ascoltare, dalla voce del professore ordinario di teologia biblica allo studio Teologico Accademico di Trento Gregorio Vivaldelli, il racconto delle Malebolge, punto cruciale nell’Inferno della Divina Commedia. Il Sommo Poeta Dante Alighieri, la frode e l’inganno, laggiù nell’ottavo girone infernale, sono stati gli assoluti protagonisti del magnifico incontro culturale, organizzato dalla Società Dante Alighieri Comitato di Verona, in un gremito teatro Ristori, con tanti giovani attentissimi, col patrocinio del Comune, Diocesi, Miur Veneto e il sostegno di Fondazione Cariverona, Cattolica ed Agsm. «La presenza di un pubblico così numeroso, tra cui tanti giovani, ci spingono verso il nostro obiettivo: affermare Verona come capitale della cultura nel 2021» ha spiegato il presidente della Società Dante Alighieri Maria Maddalena Buoninconti, aprendo l’incontro presentato dalla giornalista Simonetta Chesini. «La nostra è la seconda città dantesca» ha aggiunto il sindaco Federico Sboarina «con i sindaci di Firenze e Ravenna ci incontreremo, a metà novembre, per allestire un programma di eventi. Tutto questo fa parte di quello che dobbiamo recuperare, l’orgoglio della nostra città, da curare come fosse un gioiello». Va ricordato inoltre che proprio nei giorni scorsi grazie all’Università di Verona si è arrivati ad avere la certezza che una lettera scritta da Cangrande della Scala a Enrico VII in realtà sia stata scritta da Dante che era in esilio proprio a Verona ospite degli Scaligeri. Un gioiello Verona così come lo è l’immensa Divina Commedia, «cibo per lottatori perché la vita quotidiana è lotta» ha spiegato, con una definizione forte, il professore Vivaldelli, applauditissimo al termine. «La Divina Commedia è patrimonio di umanità perché, leggendola, ci rende tutti più umani» ha proseguito «ciò di cui abbiamo fame non sono i talk show o stare 24 ore su internet. Dante ci ricorda che abbiamo fame di vita, perché siamo uomini e donne che si alzano la mattina per rendere migliore l’umanità». Quell’umanità, a volte fraudolenta ed ingannevole, che il Sommo Poeta caccia nell’ottavo girone dell’Inferno: le Malebolge, dieci valloni maleodoranti, descritti in ben 18 canti della Divina Commedia. Benvenuti nell’area della frode: peccato per sua natura complesso in quanto frutto d’istinto e ragione insieme. Frodo perché penso con intelligenza: questo l’assioma. I fraudolenti: persone che hanno vissuto la vita terrena, utilizzando il proprio talento intellettuale per ingannare gli altri. «L’inganno è una sberla all’anima dell’essere umano, peggiore della violenza tant’è che il Sommo Poeta colloca i fraudolenti nel cerchio inferiore per la maggiore gravità di questo peccato» ha evidenziato Vivaldelli. Dante e la sua guida, Virgilio, scendono, laggiù, sulla schiena del custode dell’ottavo cerchio, Gerione: faccia umana, corpo di serpente e coda di scorpione. Dante usa l’ennesima metafora: il peccatore crea il progetto criminoso, vi gira attorno con l’inganno fino a sferrare il colpo di grazia con la coda. «La frode è una malattia che può intaccare ogni aspetto della vita, pubblica o privata» ha ammonito il professore «l’inganno esce dal cuore dell’uomo ed è questo che lo rende impuro». E sottolinea la straordinaria attualità del messaggio. «Mi chiedono se Dante è attuale, io dico che Dante è già domani». Dante e Virgilio osservano ruffiani, seduttori ed adulatori «frustati perennemente da diavoli, i guardiani di queste bolge, secondo il principio dantesco del contrappasso, perché ruffiani e seduttori, col proprio comportamento, frustano l’animo e la dignità della donna». Ecco il bolognese Venedico Caccianemico, ruffiano di professione, morto nel 1302, quello che ha portato sua sorella, ingannandola, al piacere del marchese di Ferrara in cambio di denaro. Nell’inferno dantesco il Venedico vien frustato da un demonio, che gli urla: «Via, / ruffian! qui non son femmine da conio». Conio, dialetto toscano, sta per inganno. Ecco il seduttore Giasone, protagonista eroico del recupero del Vello d'oro nella spedizione degli Argonauti ma anche, nello stesso viaggio, seduttore con atteggiamenti e parole false di Isifile, figlia del re di Lemno, che abbandonò gravida. «Lasciolla quivi, gravida, soletta; tal colpa a tal martirio lui condanna; e anche di Medea si fa vendetta». «Ma qui tacer nol posso» scrisse Dante, riferendosi a Giasone: se tu sei stato un ingannatore, non sei un eroe. «Il vero eroe è colui che vive un’esistenza autentica» ha sottolineato Vivaldelli. Nella terza bolgia Dante incontra i simoniaci, descritti con la testa all’ingiù i piedi all’insù bruciati dal fuoco: coloro, che sfruttando la loro posizione di potere nella Chiesa hanno tratto vantaggio per arricchire sé stessi e le proprie famiglie. Nella quarta bolgia ecco maghi ed indovini: «I maghi pretendono di predire il futuro e di modificarlo. Gli indovini vivono sulla debolezza degli altri. Maghi ed indovini sono tra i pochi, ai giorni nostri, ad avere visto il proprio giro d’affari aumentare del 20 per cento negli anni della crisi secondo il Codacons». I barattieri, infine, nella quinta bolgia: Dante li colloca in un lago di pece bollente perché la baratteria (corruzione, concussione, tangenti) è appiccicosa. «Usavano il potere pubblico per fare soldi..ma eravamo nel Medioevo» ha ironizzato il professore Gregorio Vivaldelli. •

M.U.
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