23 aprile 2019

Cultura

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10.11.2015

Il murales sul martirio di Oscar Romero?
«Desaparecido», resta solo il muro bianco

Il murales dedicato al martirio di Oscar Romero che si trovava al Cum di San Massimo, oggi cancellato
Il murales dedicato al martirio di Oscar Romero che si trovava al Cum di San Massimo, oggi cancellato

Enrico Santi

Storia di un murale desaparecido. Sulla parete bianca - un po’ ricorda il muro calcinato dal sole che si erge sull’assenza, dipinto nel 1872 da Giovanni Fattori - fino a qualche anno fa c’era un dipinto dedicato al martirio di Oscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo di San Salvador ucciso il 24 marzo 1980 dagli squadroni della morte e proclamato beato lo scorso 23 maggio grazie a Francesco, il papa venuto dalla «fine del mondo».

A Verona il suo nome è legato da trent’anni a una biblioteca specializzata sull’America latina. È il Cedor, Centro documentazione Oscar Romero, che ha sede nel Cum di San Massimo. Ricco di 17.200 volumi e 850 riviste, oltre al materiale video originale, esso è punto di riferimento per chiunque voglia approfondire temi legati all’attualità del Sud del mondo. Vi si trova infatti anche un archivio di 160 tesi di laurea. Il Centro documentazione fu inaugurato nel 1985 e per l’occasione arrivò da Recife, in Brasile, Helder Camara, il vescovo dei poveri, icona della Chiesa latinoamericana a fianco segli ultimi.

All’ingresso della biblioteca, un artista marchigiano, Giancarlo Splendiani, dipinse un grande murale in cui la vicenda di Romero e la storia di El Salvador si intrecciavano. Storia di oppressione e di sofferenza ma anche di speranza e resurrezione. Insegnante all’Istituto d’arte di Macerata, Splendiani, dopo aver realizzato la sua opera, partì per il Nicaragua dove contribuì a fondare la Scuola nazionale di arte pubblico-monumentale David Alfaro Siqueiros di Managua, dirigendo la cattedra di Tecniche pittoriche antiche e moderne. Nella capitale del Paese centroamericano Splendiani partecipò alla creazione del celebre ciclo pittorico, diventato patrimonio culturale nazionale, della chiesa di Santa Maria de los Angeles. Sono suoi anche alcuni dipinti nel Palazzo della Cultura.

Del murale di Verona, invece, non rimane nulla. Restano solo vecchie foto a ricordare i colori, le immagini e le allegorie in quella che adesso è solo una parete vuota. La cancellazione è avvenuta dopo che il Centro unitario missionario, organismo della Cei, si trasferì, insieme alla biblioteca intitolata al vescovo salvadoregno, al Centro Carraro di lungadige Attiraglio, per far posto ai seminaristi della diocesi scaligera. Ma da chi avrebbe avuto il dovere di custodirlo, il dipinto non venne evidentemente ritenuto consono alla nuova destinazione educativa dell’edificio. Si pensò bene, quindi, di eliminarlo e di passarvi sopra una mano di bianco.

Dopo quattro anni, il Cedor ha fatto ritorno nella sua sede storica di San Massimo nel 2014. Ma per chi, anche in riva all’Adige, ha atteso 35 anni che la Chiesa riconoscesse il martirio di Romero, quella parete bianca ha il sapore amaro di una memoria tradita. E fa pensare alle parole rivolte, alcuni giorni fa, da papa Francesco ai pellegrini salvadoregni in piazza San Pietro. Il martirio di Romero, ha sottolineato, «non fu solo nel momento della sua morte, continuò anche dopo, perché non bastava che fosse morto: fu diffamato, calunniato, infangato. Il suo martirio continuò anche per mano dei suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato».

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