11 agosto 2020

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24.12.2013

C'è Giuditta alle Arche Scaligere e in primavera altre tre ancelle

La copia collocata dov'era l'originale, sulla cancellata alle Arche
La copia collocata dov'era l'originale, sulla cancellata alle Arche

Giuditta, regalo di Natale alla città, è tornata alle Arche Scaligere dopo 46 anni, sempre giovane, bella e altera. La statua dell'eroina giudea (che, narra la Bibbia, sedusse e decapitò Oloferne il generale degli Assiri che assediava Betulia in Palestina salvando il popolo ebraico) è tornata su di uno dei pilastri sopra la recinzione in ferro battuto del cimitero gotico più bello al mondo. In copia, ma è lei: la riproduzione realizzata con le più moderne tecniche di rilievo elettronico della prima delle quattro statue perimetrali del complesso monumentale. Gli originali restano al sicuro al Museo di Castelvecchio: furono rimossi nel 1967, per prevenire il rischio di un crollo, viste le precarie condizioni di conservazione, dopo 631 anni di pioggia, vento, grandine, neve, gelo, vandalismi e da ultimo l'esposizione a inquinamento da smog e da traffico. Le quattro statue medievali furono dunque ricoverate a Castelvecchio, degnamente collocate a cura di Arrigo Rudi nel museo ristrutturato da Carlo Scarpa.
Da allora si era sempre sperato di poter collocare alle Arche Scaligere delle copie, per ricreare l'aspetto antico del monumento. Finalmente il progetto si realizza. Sono pronte anche le tre altre statue, tutte repliche esatte degli originali in marmo bianco di Lasa (Bolzano); saranno collocate alle Arche dopo l'inverno. Con Giuditta (raffigurazione della Giustizia, che ha in mano la testa del tiranno), sono la Temperanza (che versa l'acqua e il vino da due brocche) e tornerà sulla cancellata in via Arche dove è già stata collocata la Giuditta, e le statue allegoriche che raffigurano Verona e Vicenza, che invece saranno collocate al posto degli originali sull'altro lato, di fronte al Palazzo Scaligero. Così i signori sepolti nel più spettacolare dei cimiteri torneranno ad avere le loro quattro dame di compagnia, alte eguali, austere nelle lunghe vesti drappeggiate, in postura di tre quarti, coronate (meno la Vicenza, col cerchio), ieratiche.
È stata la Louis Vuitton Italia, la multinazionale di abbigliamento, accessori e borse, a finanziare l'operazione, costata 52mila euro. Una duplicazione filologica dagli originali decisa tre anni fa, concordi la Soprintendenza ai beni architettonici, la Direzione musei e gallerie d'arte e il Settore lavori pubblici del Comune. Le copie delle statue sono state realizzate in due anni di lavoro dalla Unoarte di Altavilla Vicentina. Spiega Ivano Ambrosini, amministratore delegato della ditta: «Da dieci anni ci siamo specializzati nelle tecnologie digitali non invasive per realizzare copie perfette di altissima definizione. Le abbiamo già applicate ai Musei vaticani, a Milano, Parigi, Vienna, Berlino e Atene. L'originale non viene toccato né spostato. Si procede dapprima con un rilievo a tutto tondo a scanner ottico con proiezioni a frange di luce di ultima generazione: una tecnica di scansione 3D che rileva assieme colori e contorni volumetrici dell'oggetto. I dati virtuali ottimizzati in un software matematico sono stati poi utilizzati per far scolpire un blocco di marmo bianco di Lasa da una macchina utensile, una fresatrice a portale, guidata dal computer. Le statue così riprodotte sono state rifinite a mano e patinate da specialisti formatisi all'Istituto centrale per il restauro».
RISALE al 1382 il recinto con pilastri e statue, voluto da Antonio della Scala attorno a tutto il complesso sepolcrale: prima le cancellate arabescate e stemmate racchiudevano solo le tombe di Mastino e di Francesco, detto Cansignorio. La cancellata aggiunta si riconosce perché non ha la scala nei quadrilobi che la compongono.
Già alla rimozione delle quattro statue — era soprintendente ai monumenti Piero Gazzola, il ricostruttore di Ponte Pietra — si era pensato di sostituirle in loco con delle copie. Ma si rinunciò perché si sarebbero dovuti fare dei calchi, mettendo a rischio gli originali: allora non c'era questa tecnologia di «reverse engineering», come la chiamano i tecnici, che produce copie fedelissime senza toccare le opere d'arte. Fu copiata a mano libera da un'artista, invece la statua equestre di Cangrande, collocata alla sua morte nel 1329 sull'ingresso di Santa Maria Antica: ora la copia è là, mentre l'originale si protende sul cortile di Castevecchio nell'ardita dislocazione ideata da Carlo Scarpa, signore del «suo» castello. Copiata di recente da un altro artista anche la statua di Mastino II: ora c'è la replica sull'arca che si affaccia su piazza dei Signori e l'originale è in una torre a Castelvecchio. Infine è stato restaurata anche l'arca di Cansignorio, quella d'angolo su via Arche.
Nella primavera prossima, con la collocazione delle tre statue in copia, sarà così ricomposto per intero il composito impianto gotico del cimitero scaligero, sacrario della dinastia durata dal 1262 al 1387. Per il conservatore di Castelvecchio, Ettore Napione «è un risarcimento del luogo con la sua storia, ma anche con la storia della sua rappresentazione e del suo immaginario, attestato fin dal tardo medioevo».
Chi fu l'autore delle statue, tutte della stessa mano? Complessa l'attribuzione. Bonino da Campione, disse una commissione comunale presieduta da Angelo dall'Oca Bianca nel 1902 e chiamata anche a verificare presunti danni, raschiature e ricomposizioni di un intervento sull'Arca di Cansignorio, di cui una intera copia in dimensioni reali era stata costruita in Svizzera, a fronteggiare il lago di Ginevra dal 1873 in ricordo del mecenate duca di Brunswick. Altri poi attribuirono le statue a scultori attivi al Duomo di Milano o a Giovanni di Rigino (così il bravissimo Gian Lorenzo Mellini, che però poi optò per Francischinus Venetus, una possibile sintonia già avvertita dallo storico dell'arte Pietro Toesca). Sono comunque bellissime. Se ne accorsero già i letterati del Rinascimento, Francesco Corna da Soncino nel 1477, i viaggiatori del Grand Tour, lo scrittore, critico d'arte e pittore John Ruskin nel XIX secolo. Incisori, acquafortisti, litografi fecero delle Arche un simbolo di Verona in Europa, infine nelle fotografie di Mario Lotze, Giacomo Andersen e dei fratelli Alinari. Sempre con le statue allegoriche che ora potremmo di nuovo ammirare, scansando i veicoli che impestano la strada tra Provincia e Prefettura.
Per vederle bene adesso: la Giuditta dal lungo balcone del ristorante Arche (sono cortesissimi), ad aprile dalla Sala Rossa della Provincia, tutte ad altezza d'uomo, dirimpettaie. Mediovali vestali del bello. Che guardano anche noi.

Bartolo Fracaroli
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