10 dicembre 2019

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14.11.2019

I TORMENTI DI GIACOMETTI

Marco Goldin nelle sale della Gran Guardia con «L’uomo che cammina» di Giacometti FOTO MARCHIORITesta di uomo di Giacometti con sullo sfondo i quadri di Mirò
Marco Goldin nelle sale della Gran Guardia con «L’uomo che cammina» di Giacometti FOTO MARCHIORITesta di uomo di Giacometti con sullo sfondo i quadri di Mirò

Un tuffo nel mondo di Alberto Giacometti, un viaggio tra le sue eteree sculture, alcuni suoi dipinti, e poi opere di Mirò, Chagall, Kandinsky, Braque. È quello che si potrà fare nei saloni della Gran Guardia da sabato mattina, grazie alla grande mostra europea «Il tempo di Giacometti da Chagall a Kandinsky» organizzata da Marco Goldin con Linea d’ombra e che resterà aperta fino al 5 aprile. Le prenotazioni viaggiano già verso quota 20mila. Il traguardo finale sarà tra 70 e 100 mila che per una esposizione di sculture è un gran successo. Un’occasione unica perché in mostra ci saranno settanta opere di Giacometti, un corpus enorme, grazie alla collezione della Fondazione Maeght, tra le quali la celebre scultura «L’uomo che cammina», che evoca il passaggio tra la vita terrena e l’oltre: colui insomma che non ha paura di partire. Le grandi e filiforme sculture sono esposte insieme con una ventina di capolavori dello stesso periodo, testimonianza delle correnti artistiche del periodo tra post cubismo, astrattismo, esistenzialismo, da Braque a Mirò, da Chagall a Kandinsky. Dagli anni Venti e Trenta fino ai primi anni Sessanta. Goldin, perché la fondazione Maeght? La famiglia Maeght è una delle famiglie di collezionisti e mercanti più importanti d’Europa e del mondo; Aimé e Marguerite hanno aperto una galleria a Cannes prima della Seconda guerra mondiale e a Parigi dal 1945. Lui è stato un grande editore d’arte, poi iniziò a commercializzare le opere diventando un mercante importantissimo, rivolto all’arte contemporanea, a tutta la produzione di quel momento. Ecco quindi perché in mostra presentiamo artisti contemporanei; Aimè si è mosso sempre nell’ambito dell’astrazione, come nel caso di Kandinski, poi è diventato mercante di Mirò, Chagall, Braque. Un’arte a metà strada tra il post cubismo, con le forme che si disfano, e l’astrazione. Giacometti rappresenta il punto di passaggio tra quel momento dove si sovrappongono surrealismo, cubismo e astrazione, e la figurazione molto esistenzialista che si nutre del rapporto con i grandi filosofi, Sartre in primis, con il quale Giacometti aveva grande frequentazione. Alberto Giacometti dimostrò da giovanissimo un grande talento, quanto influì il padre artista? Influì sicuramente; il padre era un artista importante, Alberto respira aria d’artisti anche perché il cugino del padre, Augusto Giacometti, era un grande colorista semi astratto, un pittore straordinario. Suo padrino era Cuno Amiet pittore di qualità incredibile, illustratore, scultore e grafico svizzero. Per non parlare dell’amicizia con Segantini, insomma attorno ad Alberto c’era un milieu di artisti pazzesco. La svolta arriva quando si trasferisce a Parigi... Lui si trasferisce a Parigi quando è ancora pittore della figura umana, ma quello è il tempo d’oro del surrealismo e mentre lui frequenta l’accademia nella classe di scultura gestita da Bourdelle, al di fuori di essa il mondo artistico è altra cosa. Prevale lo spirito legato al surrealismo e al post cubismo e Giacometti lavora in queste due direzioni. Ma il ricordo della figura umana non lo abbandona mai e lo si vede nelle sculture esposte nella prima sala. Anche quando fa lavori che sembrano astratti senti e capisci che di fondo c’è la nostalgia dell’uomo. E dalla metà degli anni Trenta ritorna alla figura umana. Giacometti è un rivoluzionario: riesce a rendere leggera, eterea la scultura: quando matura questa svolta che vuole anche significare la fragilità dell’essere umano? Avviene già nei primissimi anni Trenta, in questo senso la figura emblematica è L’uomo che cammina, e in quegli anni compie degli esperimenti in cui usa la figura umana in forma di idolo, come nelle culture oceaniche o greche, romane, etrusche, egizie. L’influenza è fortissima, c’è un legame tra la storicità, la classicità e l’esistenzialismo contemporaneo, per cui Giacometti già nel 1932 fa un primo abbozzo di una figura femminile con un passo appena allungato, ma la fa decollata e senza braccia con un chiaro riferimento al tempo degli egizi. Tutto questo riemerge poi, dopo la seconda guerra mondiale. Dagli egizi a L’uomo che cammina: un passo verso gli inferi? Esatto. L’uomo che cammina fa il passo verso l’oltre, collega il mondo della vita e il mondo del dopo vita, nel quale lo spazio diventa infinito. È l’uomo che entra nel mondo degli inferi, portandosi dietro l’esperienza terrena. Giacometti era un amante delle immagini del Fayum, le tavolette votive, funebri, molto belle nelle quali ignoti autori dipingevano il volto delle persone defunte. Lui scrisse molto su queste tavolette e da qui discende la volontà di collegare la vita alla morte attraverso il passo dell’uomo che cammina, scultura venduta all’asta a più di 100 milioni di dollari. Giacometti, giovanissimo viene in Italia, si innamora di Tintoretto e Giotto. Passa anche da Verona? Sì. Quando viene per la prima volta in Italia, nel 1920 accompagnando il padre in un viaggio di lavoro, ha 18 anni e mezzo e non sapeva ancora che strada prendere con quel talento; era insofferente alle regole come tutti i giovani. Padre e figlio si fermano a Venezia dove Alberto scopre Tintoretto nella scuola di San Rocco e costrinse il padre a fermarsi a Venezia un mese: Alberto fece la trottola per la città, cercando nelle chiese ovunque ci fosse un Tintoretto. Il padre amava invece Tiziano e Veronese e su questo nascevano grandi discussioni. Sulla via del ritorno si fermarono a Padova e la visita alla Cappella degli Scrovegni con gli affreschi di Giotto fu per Alberto un colpo al cuore. Tant’è vero che Alberto nel suo diario si scusa con Tintoretto perché ha scoperto Giotto, «qualcuno che ti batte». L’umanità di Giotto per lui è ineguagliabile. Poi c’è la tappa a Verona, la visita alla città che gli piace molto: lo scrive nel diario e ricorda che è la città del Veronese, tanto amato dal padre, ma lui continua a preferire Tintoretto. Mi sarebbe piaciuto far risaltare questo episodio dei Giacometti a Verona e sarebbe bastato creare una sala a Castelvecchio con opere di Tintoretto e Veronese, ho fatto questa proposta ma mi hanno risposto che è troppo difficile. Le pagine del diario relative a Verona saranno lette nel recital di venerdì sera in Gran Guardia. La mostra chiuderà il 5 aprile: e Pasqua e i ponti del 25 aprile e primo maggio? Io ho ottenuto la disponibilità della collezione da parte della Fondazione Maeght fino a maggio, però mi hanno detto che devo lasciare libera la Gran Guardia per Vinitaly, gala e altre manifestazioni. Secondo me si ripropone il tema dell’utilizzo della Gran Guardia come strepitoso contenitore per fare le mostre: di sale espositive così belle nel mondo ce ne sono poche. E’ sicuramente una gestione un po’ complessa, però qui si potrebbe fare, anche a parere dei conservatori, una magnifica programmazione espositiva. Sarebbe un perfetto palazzo delle esposizioni. È vero, negli anni Ottanta sono state fatte mostre molto belle a Palazzo Forti, ma non era una sede adeguata. Il vero Palazzo delle esposizioni è questo: Verona diventerebbe un riferimento totale, non solo in Italia: non c’è Palazzo Reale di Milano che tenga. Ma bisogna fare una scelta. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Maurizio Battista
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