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La marchesa di Rudinì Carlotti

23.03.2010

Una trasgressiva vìola l'eremo e vi ritorna santa

Alessandra di Rudinì Carlotti nel 1908 in una foto con dedica a Giacomo Pasqualini, medico di Cavaion
Alessandra di Rudinì Carlotti nel 1908 in una foto con dedica a Giacomo Pasqualini, medico di Cavaion

Bella la foto, vero? «Straordinaria», si entusiasma da Garda Fabio Gaggia, professore solitamente compassato. «È la foto più bella ch'io abbia visto di Alessandra di Rudinì marchesa Carlotti: e con dedica!»
Gaggia, 63 anni, se ne intende: storico del Garda (è lo studioso delle incisioni rupestri), da anni si dedica alla biografia della bella marchesa, nata ricchissima figlia del latifondista e feudatario siciliano Antonio Starabba di Rudinì, presidente del Consiglio italiano, poi protagonista della cronaca rosa della Belle Époque italiana, dissipatrice di un patrimonio immenso, vedova dal 1900 del veronese Marcello Carlotti, marchese di Riparbella, morto di tisi. Lo aveva sposato nel 1895; i due figli nati dal matrimonio, Andrea e Antonio, morirono nel 1916 a 19 anni, di tisi. Alessandra fu l'unica, ancora nel 1902, a violare la clausura al convento dei Padri Camaldolesi all'eremo della Rocca di Garda (che si chiama così, ma è in territorio di Bardolino). Vi entrò vestita da uomo, tagliandosi i capelli. Scoperto l'affronto, i buoni frati biancovestiti prima smentirono (da portavoce fecero i carmelitani, visto che loro non potevano uscire a parlare) poi ammisero e organizzarono una cerimonia per riconsacrare il convento. Amante di D'Annunzio, divenne poi religiosissima, fino a fondare un ascetico ordine monastico, quattro conventi, diventarne priora e morire, nel 1931, come suor Maria del Gesù, stesa sulla paglia, in odore di santità.
L'immagine inedita che pubblichiamo mostra una bellezza sfolgorante: una donna altera, ma delicata, i lunghi capelli corvini raccolti sul capo a evidenziare un volto stupendo, una figura slanciata dentro un busto a vite di vespa (si usavano le stecche di balena), fasciata di voile di seta con ricami a la georgette dalle grandi applicazioni di roselline sparse in rilievo, ricamate di broderie (di gusto francese). Il vestito, in pizzo chantilly con ricami, con lo strascico portato davanti, regge in cintura un nastro di gala di pizzo pure ricamato e un ventaglio di piume di struzzo. La foto è stata scattata davanti a uno sfondo di festoni di broccato e taffetà, in via Condotti 63 a Roma, nello studio dei fratelli D'Alessandri, il migliore dell'epoca, nel 1908. «Un vestito così oggi non avrebbe prezzo, costerebbe meno cospargerlo di perle vere», dice la modista Graziella Basevi. La dedica recita: «Al carissimo amico dott. Pasqualini, ricordo di amicizia cordialissima, marchesa Alessandra di Rudinì Carlotti».
La foto è un ricordo della famiglia di chi scrive. Stava in salotto a San Pietro in Cariano, dentro una cornice liberty, a fianco della galleria degli antenati che, in grandi foto ritoccate a carboncino di fine Ottocento ci guardavano — severissimi gli uomini (tutti barbuti, uno con un anello al lobo dell'orecchio), indulgenti le donne — mentre a colazione, pranzo, merenda e cena, dovevamo stare eretti, gomiti stretti ai fianchi, con le posate in mano, in silenzio, davanti a una governante arcigna.
La foto era di sguincio su di un muro divisorio fra le finestre a est e, spesso, c'incuriosiva. La verità venne fuori a brani, pian piano che crescevamo con l'età. Dapprima ci dissero che era «una gran dama cliente dello zio». Lo zio di mia madre, il medico Giacomo Pasqualini di Cavaion (1865-1934), grande possidente terriero e immobiliare, persona così pia, così generosa, che lasciò la villa al Comune (ora c'è l'asilo d'infanzia), i terreni ai suoi mezzadri e braccianti, i soldi alla chiesa.
Pasqualini, laureato a Padova, curava una ristretta clientela di pazienti d'alto rango, aveva sposato la sorella di nonno Clemente di Incanale di Rivoli, Stella Gaspari ( 1865-1960), donna dal carattere fumantino e prammatico: sul comodino nella casa di riposo dalle suore di Santo Stefano, dove la ricoverammo, aveva già pronto il suo bel santino da morta, con i puntini di sospensione alla data del decesso e, sotto il letto di noce, una bara di mogano che si era scelta da 30 anni, un po' tarlata. I coniugi Pasqualini ebbero una figlia, Bettina, disabile (1898-1933); l'accudiva mia madre Giulia (1910-2007) che, a detta di tutti, ricordava, ma solo nel fisico, la di Rudinì. Ereditò una casetta vicino alla parrocchiale e la foto della marchesina.
Lo zio Giacomo era di casa nella villa Carlotti dal bellissimo parco, a Scaveaghe; era il confidente, spesso inascoltato, della nobildonna. D'Annunzio, confinato al Vittoriale di Gardone sotto controllo di Mussolini che diffidava del poeta soldato, continuò a frequentare la villa della sua ex amante. Vi arrivava attraversando il lago con il suo Mas, motoscafo anti sommergibili della Grande guerra, puzzolente, come ricordava nostra madre Giulietta. Giocavano in tre con la marchesa a terziglio (la calabresella, un specie di tresette) e il Vate perdeva sempre. Quando vinceva telefonava al suo Vittoriale a Gardone Riviera e, fossero anche le due di notte, faceva sparare tre colpi di cannone, per la gioia dei gardonesi dormenti. Memento audere semper.

Bartolo Fracaroli

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