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Una vita in circolo

17.02.2020

Vince il senso della comunità

Don Amos Chiarello
Don Amos Chiarello

Don Amos Chiarello è nato a San Paolo, in Brasile, nel 1955. Ordinato sacerdote nel 1981, ha iniziato il suo ministero sacerdotale a Ca’ di David per tre anni come curato. Una pausa di sei anni nel seminario minore come padre spirituale per poi riprendere il ministero in parrocchia nella Val d’Illasi come curato a Tregnago ma con l’impegno di coordinare la pastorale giovanile di tutto il vicariato. Altri tre anni al Centro Domus Pacis di Legnago prima di essere destinato come parroco a San Pio X, dove ha prestato servizio 9 anni; in seguito ha guidato la comunità di Quinzano per 11 anni. Dal 2016 è parroco a San Floriano. «Questo è proprio un paese nel senso più genuino e positivo del termine», spiega. «La gente si conosce, interagisce, è appassionata alla propria valle, al proprio lavoro e alle relazioni che la tengono unita. Ci si trova bene perché si sente fortissimo il senso della comunità. C’è una grande vivacità: basta lasciare loro lo spazio per esprimersi e per agire che esplodono in mille iniziative e proposte». E dal punto di vista economico? «Il lavoro in Valpolicella è naturalmente legato alla vite e alle cantine. Per il resto le attività sono le più varie, e qui si sono trasferiti in molti dalla città». Dal punto di vista religioso, la comunità cristiana può essere corrispondente o sovrapporsi a quella civile? «Sostanzialmente direi di sì. Questa realtà vive a fondo le proprie cose, la propria chiesa, il proprio prete, ma con la massima apertura verso tutto il mondo ecclesiale. Poi, ovviamente, ci sono persone che hanno come riferimento la chiesa o la parrocchia ma non con ostilità o contrapposizione. Per vari motivi alcuni non si sentono magari di frequentare ma, nel complesso, c’è molta partecipazione e molta ricerca. La comunità cristiana è, comunque, un punto di riferimento non secondario, parecchio sentito dalla gente». E gli appuntamenti liturgici? «Sono vissuti e frequentati: non siamo un’isola rispetto alla realtà, quindi la frequenza è nella media, ma è consistente e lo si può verificare ad ogni messa: la chiesa è piena. Insomma, la risposta alla chiamata della parrocchia è più che positiva». La mission della chiesa e, nello specifico, della parrocchia è l’annuncio della Parola che, secondo una tradizione secolare, si concretizza attraverso la catechesi alle varie fasce d’età dei fedeli. Da voi come è organizzata? «C’è una formazione per gli adulti», spiega don Amos, «legata alla lectio, poi attività per i giovani con un lunch break mensile e poi c’è l’attività per gli adolescenti il lunedì sera sempre incentrata sulla parola di Dio ma con modalità confacente all’età e alla mentalità; un’attenzione particolare prestiamo ai ragazzi di terza media che si trovano nel momento del passaggio tra la fanciullezza e l’adolescenza; c’è poi la catechesi più tradizionale rivolta ai ragazzi della prima-seconda media e ai bambini delle classi elementari». Il Noi entra in questo movimento per annunciare il Vangelo anche all’esterno: «Non è un annuncio fatto attraverso la lettura della Bibbia o la sua proposizione! È la vita e si ricollega a quella bellissima frase che recita: annunciare il Vangelo se è necessario, anche con le parole. Meglio senza. Quindi il coinvolgimento della vita di fede passa attraverso l’implicazione nel vissuto, nello spirito di fraternità, di comunità e di attenzione di cui il Circolo Noi s’è fatto carico». Durante l’estate quali attività aggregativo-formative proponete? «Quando sono arrivato a San Floriano i ragazzi già partecipavano ad attività organizzate dalle parrocchie vicine, quelle che attualmente fanno parte dell’Unità pastorale. Per cui creare attività che si mettessero in contrasto o togliessero partecipanti ad iniziative già funzionanti ci è parso che non avesse alcun senso. Collaboriamo a livello di Unità pastorale e di Vicariato, per cui le attività estive ci sono e si svolgono in sintonia con le parrocchie limitrofe. Richiudersi nei confini parrocchiali è segno di una vecchia mentalità che ormai non ha più motivo di esistere: i ragazzi si muovono, frequentano le scuole insieme, si spostano per le attività. Per alcune iniziative di tipo culturale o in occasione di incontri allegri e fraterni, per mantenere vivo il sentimento della comunità, ci fermiamo in parrocchia,. Però la lunghezza d’onda verso cui siamo proiettati è quella dell’apertura». Della presenza e dell’operato del Noi in parrocchia che opinione ha? «L’associazione è nata da tre anni ed è nata con questo preciso scopo: dare spazio alle persone che hanno qualcosa da proporre, ad ogni livello, aggregativo e culturale e anche ludico, affinché possano trovare quell’appoggio che permetta loro di esprimersi e che, diversamente, da soli non potrebbero realizzare. È la comunità che è attenta a tutta la persona e a tutte le persone: dando gli spazi della parrocchia, sia quelli fisici che quelli interiori, alle persone per favorire l’opportunità di incontro per promuovere la vita comunitaria. Il Noi è l’occasione per far incontrare le persone a tutti i livelli». • G.B.M.

G.B.M.
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