Animali&Co

07.11.2011

Orbetta, fa le fusa con 52 pallini in corpo

“C’è gente che quando ha un fucile in mano sparerebbe anche a sua madre  “Se la gavesse le ale”. Lo si dice nei paesi dei più accaniti cacciatori, quelli che, se armati, vengono presi dalla frenesia dello sparare, a qualsiasi cosa si muova (anche ai cartelli stradali). Tutto si spiega in psicanalisi, ma vallo a dire a chi ha in mano un sovrapposto a pallettoni. Questo articolo ha un unico destinatario: “L’Orbetta sta bene, ha i tuoi cinquanta pallini del 12 in corpo ma, della tua fucilata se ne fa una vibrissa, ed anche tutti i suoi baffoni”. L’Orbetta sta per una gattona tartarugata che tutti conoscono su a Cà Politei, una dispersa contrada alta medioevale di Brenzone, sotto Prada Alta, sul sentiero 34 da Marniga e Campo, a 750 di quota, raggiungibile, se abili piloti da mulattiere, anche con piccoli fuoristrada. Altrimenti si scende in mezzora a piedi, fra faggi, ornielli, frassini, roverelle, carpini, cornioli e tanti tanti castagni. Lei è nata praticamente li, portata su dai padroni di allora perché facesse la posta ai topi (ed ai ghiri) insieme a sua sorella Nerina. Un giorno subirono l’assalto di un mustelide - metti una martora, una donnola, una faina - Nerina soccombette, l’Orbetta ci rimise un occhio ed il predatore  la pelle. E’ cresciuta sola ma attenta la gatta. Puntualmente l’aria del Baldo portava giù in paese e su in Prada l’estro ormonale della sua fecondità. Puntualmente arrivavano certi gattoni prepotenti  e sbrigativi.
L’Orbetta ha avuto decine di cucciolate e vederla arrivare d’inverno, di notte, fra le case sparse deserte d’anima viva, con al seguito addirittura 10 gattini bianchi, stringeva il cuore, ed apriva le scatolette. Selvatica come un gatto randagio. Fedelissima solo al suo padrone, un burbero buono che arrivava di tanto in tanto a rifocillarla.
Un 29 ottobre di dieci anni fa – tempo di marroni – la gattina ne scodellò cinque su di una sdraio davanti ad un camino acceso. I suoi ospiti allora, autorizzati, portarono tutta la gattaria a Verona. Una pia donna - del genere paracrociano “Perché non possiamo non dirci gattolici”-  li svezzò e sterilizzò poi la madre, che si insediò in città come nulla fosse. Solo a primavera diventava inquieta, allora i suoi nuovi padroni capivano e, ogni anno, l’hanno portata di nuovo su a Cà Politei, in ferie, anche  quattro mesi, allestendogli una gattaiola nel casolare, lasciandogli provviste ed acqua ed andando a trovarla ad ogni fine settimana.
Fra i castagni secolari lei ritrovava i suoi anni giovanili, tornava alla vecchia abitazione, dormiva al sole, si ritirava a sera in una cesta al coperto, accettava cibo da altri. Non la impressionarono temporali, grandinate, giorni e giorni di pioggia, riuscì anche a sfuggire ad una volpe che gli lasciò un lunga ferita sul dorso. Era il prezzo della libertà.
Adesso, con gli anni arrivano gli acciacchi, una zampa gli si è gonfiata. Il primo studio veterinario ha fatto varie analisi e prescritto viarie cure invano. Il secondo omeopatia, il terzo una radiografia. Ci sono 50 pallini da schioppo nel corpo della micia. Nessuno ha leso organi vitali. Lei, in cura assidua, si comporta come nulla fosse accaduto. Ha il piacere di dimenticare le cose brutte. Fa le fusa con la sua zampona (forse collegabile alla fucilata). Ci illudiamo che questa notizia possa far piacere, oltre il rimorso, anche al prode cacciatore di gatti; sempre sperando che egli non incontri sua madre, con le ali. Sarebbe matricidio, signor lei.

Bartolo Fracaroli
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