Animali&Co

03.11.2011

E ora i cani oltre ai tartufi scovano anche esche avvelenate


 Tiberio Mazzola|
 Un cercatore a «caccia» di tartufi con il suo cane
Tiberio Mazzola| Un cercatore a «caccia» di tartufi con il suo cane

La maggior produzione annua di tartufi nel Veneto è veronese: 87 quintali su 130. E su 2500 cercatori della regione 1500 sono scaligeri e 157 fanno parte dell'Associazione Tartufai Baldo Lessinia che ha celebrato il suo decennale a Caprino con la «Festa del tartufo nero del Monte Baldo», in collaborazione con il gruppo di volontariato «Ceredello 2000». Quaranta persone hanno servito migliaia di porzioni alla baita degli alpini, consumando 30 chili di «Tuber aestivum», lo Scorzone. Il ricavato è andato tutto in beneficenza.
L'occasione ha coinciso anche con il convegno interregionale, voluto dal presidente Tiberio Mazzola, sui problemi del settore, con interventi di Michele Zampini (vicepresidente, nipote di uno storico tartufaio del capoluogo, il popolare «nonno Bepi»), del dirigente del settore Sviluppo montano della Regione, Maurizio Sminuzzo, del presidente nazionale delle associazioni dei tartufai italiani (Fnati, www.fnati.it), dell'esperto modenese Bruno Isabella con il coordinamento del direttore tecnico della Comunità montana, Moreno Dal Borgo. Presente il presidente dei tartufai bresciani, Virgilio Vezzola, consulente per la tartufaia sperimentale in val dei Progni a Fumane dove, su 20 mila metri quadrati sono stati messi a dimora 3000 alberelli di nocciolo, roverella e carpino, micorizzati con il «Tuber aestivum» che entreranno in produzione fra un lustro.
Passione, ma anche qualcosa di più. Bruno Isabella: «Proporrò all'Unesco di inserire i tartufi tra i suoi patrimoni, come la pizza napoletana: la strada sarà lunga ma la si può percorrere». Ogni cercatore raccoglie dai 5 ai 15 chili di tartufo l'anno fra le 9 specie del territorio il cui valore varia da 90 a 170 euro il chilo. Cercatori patentati, esperti e funzionario regionale hanno convenuto sulla necessità di sospendere la raccolta in maggio (secondo l'andamento climatico), limitare a un chilo il raccolto giornaliero, proibire i guinzagli elettronici ai cani da cerca, qualificare l'offerta nella ristorazione veronese dove l'attenzione a questo prezioso cibo è danneggiata dall'impiego scorretto di un sottoprodotto fasullo, estratto di sintesi degli idrocarburi, sparso sui tartufi cinesi d'importazione, altrimenti insapori, il cosiddetto «olio tartufato».
E inoltre: proibire la raccolta di tuberi sotto il centimetro e mezzo con l'invito a sbriciolarli sul posto per diffonderne le spore, portare a 10 anni da 5 la durata del tesserino rilasciato (previo esame a Venezia) del costo di 90 euro oltre a corsi per agenti forestali e guardiacaccia sulle specie e normative relative i tartufi, controlli della radioattività sui tartufi importati dall'Europa dell'Est. Fra le pieghe del convegno una domanda: cos'è che dà loro una radicata nomea afrodisiaca? Pare si tratti di ferormoni. Tutto vero, asicurano i tartufai.
E una novità: cani antiveleno che scoprono la traccia di polpette all'arsenico, al cianuro, di stricnina, lumachicidi, antiparassitari, anticrittogamici, chiamati da un boccone che ha ucciso un animale domestico o selvatico, che ne seguono la scia odorosa fino ad altre esche mortali, non le inghiottono, le marcano con guaiti e abbai segnalandole ai propri conduttori e, con questi, riescono a risalire talvolta fino all'abitazione del responsabile.
Bruno Sabella, modenese, presidente dei tartufai italiani, ha esposto le iniziative della Regione Emilia-Romagna: «Il Parco nazionale del Gran Sasso, pure afflitto da questa piaga contro lupi e orsi marsicani, aveva scoperto che in Spagna, in Andalusia e Aragona venivano addestrati cani con dosi infinitesimali di veleno in palle di cibo chiuso in un contenitore non ingeribile: a ogni boccone scoperto il dono del suo giocattolino o pallina preferiti, senza costrizioni. In Abruzzo ne comperarono cinque e da Bologna arrivò un nostro tartufaio con un cane da addestrare che, adesso, è già attivo e disponibile anche fuori regione. È il progetto "Life-Antidoto" richiesto ora in tutt'Italia, nelle emergenze avvelenamenti».

Bartolo Fracaroli
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