31 maggio 2020

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18.02.2020

Interviste

«Verona dia
spazio
ai musei»

Alberto Lampis, direttore generale dei musei al Mibact
Alberto Lampis, direttore generale dei musei al Mibact

Gli italiani e i turisti stranieri che visitano il nostro Paese hanno riscoperto i musei: la loro sete di cultura e di apprendimento è fortissima. Nel 2019 il numero dei visitatori del sistema museale pubblico nazionale si è assestato attorno ai 55 milioni e gli introiti crescono del 5%. Le prime cinque regioni per numero di ingressi sono il Lazio, la Campania, la Toscana, il Piemonte e la Lombardia. Non c’è il Veneto. Perché? E visto il boom di musei c’è ancora spazio per costruirne di nuovi? E il fenomeno dei musei privati come quello aperto in piazza Erbe dall’imprenditore Luigi Carlon? Ne parliamo con Alberto Lampis, direttore generale dei musei nazionali del Ministero dei beni culturali (Mibact)

Dottor Lampis, la cultura e i musei danno da mangiare. Incredibile no, visti i tanti profeti di sventura. Come è stato possibile?

È davvero incredibile, è un momento di gloria per l’Italia; nel 2004 gli economisti della cultura parlavano di musei invisibili, ora abbiamo i musei presi d’assalto. Abbiamo un tasso di crescita che in 3 anni ha visto i visitatori aumentare del 25%, gli incassi più del 40%. Da nessun’altra parte in Europa si è registrato un incremento di questo genere. Ed è cambiata anche la figura dei direttori dei musei, che rivestono ormai un ruolo di leadership nel sistema culturale. Tutto questo grande sviluppo si registra nonostante i 500 musei statali che fanno capo alla direzione generale del ministero, siano uffici statali e quindi con mille problemi. Il boom è stato possibile senza dubbio grazie alla riforma che ha reso i musei più autonomi e oggetto di attenzione nel rapporto col pubblico.

La scelta di direttori stranieri è stato valore aggiunto?

Sì, i risultati sono incredibili. Pensiamo a Brera, diventato uno dei più grandi gioielli del mondo e mi ricordo com’era 5 anni fa. Lo stesso museo di Capodimonte oppure Paestum hanno avuto cambiamenti molto forti.

L’Italia non ha il Louvre ma è essa stessa un museo diffuso. La sfida è mettere tutto a sistema...

Esatto, abbiamo il museo diffuso, nazionale, perché anche nei musei abbiamo lo specchio della ricchezza e della complessità italiana. Però nella riforma prevista dal Mibact esiste questo grande progetto del sistema nazionale dei musei che metterà in rete non solo i 500 nazionali ma tutti i 5mila musei del territorio nazionale, di proprietà comunale, regionale, militare, ecclesiastica, privata, universitaria. Sotto il profilo della competitività turistica, sarà un sistema inarrivabile per le altre nazioni.

A proposito di musei privati, a Verona ha appena aperto il museo privato di Palazzo Maffei, una splendida pinacoteca voluta dall’imprenditore Luigi Carlon. Anche queste tipologie di musei entreranno in rete?

Sì, certo. I musei privati entreranno nel sistema nazionale dei musei al pari di quelli pubblici. Lo Stato e le Regioni insieme con i Comuni hanno sviluppato un sistema di qualità di come deve essere svolto un museo che è tra i più avanzati al mondo. E questi livelli di qualità sono facilmente comprensibili da chi decida di aprire un museo. So che a questo museo privato ha lavorato Gabriella Belli, è una delle persone più preparate in Europa.

A volte si avverte la frattura tra il sistema nazionale dei musei e tutto il resto...

Certo si avverte, anche all’interno dei musei statali ci sono i grandi big e gli altri e invece dallo scorso anno abbiamo il piano di valorizzazione dei piccoli musei, all’interno dei quali ci sono tesori stupendi. A Roma per esempio, consiglio gioielli nascosti come Palazzo Altemps o Boncompagni Ludovisi. A chi va a Firenze e fa coda agli Uffizi dico di andare al Bargello, museo incredibile, da vedere.

Questo successo riuscirà a essere fonte di occupazione per i giovani?

Se mi sono sobbarcato questa fatica di gestire 500 musei statali, è proprio per la speranza che il Paese dia nuovi posti di lavoro a chi ha voluto studiare storia dell’arte, o restauro o archeologia. Un importante studio di Boston Consulting ci rivela che solo i musei statali stanno dando 1,6 punti di Pil alla nazione, vuol dire 300 milioni di euro di esternalità economiche.

Oggi se una città dovesse aprire un museo avrebbe un senso? E caso mai con quale tipologia?

A Verona forse c’è spazio per i musei perché ha grandi potenzialità di crescita, sia verso i propri concittadini con una offerta culturale più contemporanea, come fa il Ristori, e sia per il tasso di crescita del turismo. Un museo che ha senso deve avere un legame con il territorio: chi arriva in un posto ne vuole conoscere la storia e da qui ne è passata tanta. E c’è sicuramente la possibilità di offrire qualcosa di nuovo.

Il museo infatti è un luogo che sta cambiando profondamente...

Sì, sta rivestendo un ruolo sociale molto forte, è un luogo dove le persone amano ritrovarsi, un nuovo campanile. Deve quindi assomigliare alle biblioteche ultramoderne, a un luogo dove non paghi l’entrata ma un abbonamento, come già accade in molti musei, perché la gente vuole tornare. Così pure le mostre sono percepite come un luogo dove tornare più volte, approfondire nel corso dei mesi, tornare con gli amici. È esploso il desiderio di apprendimento delle persone. Non basta spalancare la mascella e dire che bello.

Sgarbi col Mart di Rovereto aveva proposto una succursale a Verona, progetto che pare tramontato...

I musei devono avere un riferimento territoriale forte, quindi le succursali non le ho mai viste con grande passione. È bene creare qualcosa di specifico, magari qualche museo che non ha più un fine può anche chiudere, ma l’importante è che se ne aprano. Una città d’arte come Verona può investire e non fare conto su brand di altri. E poi si deve investire sugli artisti viventi, perché sono loro che alimentano il patrimonio per le prossime generazioni. Se non avessimo curato gli artisti nel Rinascimento e in epoche successive, non avremmo opere da mettere nei musei.

Le prime 5 regioni per musei sono Lazio, Campania, Toscana, Piemonte e Lombardia. Il Veneto non c’è. Cosa può fare?

Lavorare sulle ville antiche, sui percorsi turistico culturali, la riscoperta dei grandi tesori che sono all’interno dle territorio. È così che si creano posti di lavoro perché servono guide, organizzatori, assistenti, serve chi racconta, storici dell’arte, archeologi, architetti, persone formate per fare un racconto efficace.

A Verona c’è Shakespeare...

I numeri della casa di Giulietta sono sorprendenti, credo che attorno si possa costruire ancora molto con un percorso dedicato. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Maurizio Battista
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