11 luglio 2020

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13.01.2020

Interviste

Una regista lirica in Europa
«Sogno un’opera in Arena»

Cecilia Ligorio
Cecilia Ligorio

Il suono al centro: quello degli strumenti musicali e quello della voce, fra teatro e lirica. Cecilia Ligorio, classe ’81, è una regista lirica partita come attrice e tornata alla musica, suo primo amore, come regista ma anche come drammaturga, dopo una lunga esperienza con compagnie teatrali europee, tra Barcellona e Bruxelles. Impossibile non immaginare una sua regia in Arena. E pensare che da ragazzina all’anfiteatro ci lavorava, vendendo bibite e ammirando l’Opera. «Dopo il Conservatorio a Verona e il liceo Maffei sono andata a Roma, all’Accademia Silvio D’Amico. Grazie al premio Gassman sono andata a finire gli studi a Barcellona, dove poi, per naturale conseguenza, sono rimasta otto anni e mezzo. A quel momento ho sempre fatto l’attrice. Ho gironzolato sei anni per l’Europa, per tornare in Italia quando è iniziato il mio percorso di regista d’Opera».


Com’è avvenuto il passaggio da attrice di teatro a regista lirica?
È successo in maniera fluida. A Barcellona, nella mia compagnia teatrale mi occupavo anche del reparto tecnico. Avevo 24 anni e un caro amico, il direttore d’orchestra Sergio Alapont, mi ha chiamato alla prima edizione del festival d’opera di Benicassim, come assistente alla direzione tecnica e alla direzione artistica. Lì succede che manca un regista, così lo sostituisco e faccio il mio esordio alla regia con «Maria de Buenos Aires» di Piazzolla. Da quella prima esperienza, tutto è venuto senza cercarlo e senza soluzione di continuità. La musica è tornata così nella mia vita, visto che a Verona, da ragazza, avevo iniziato il Conservatorio. Da quel momento si sono uniti gli elementi dei miei sogni e dei miei più puri e precisi interessi: la parola con la musica; la dimensione fisica e concreta del suono nel corpo; il mistero del suono e della parola.


Visto che lei è attrice, cosa ricerca, dirigendo i cantanti lirici, anche sul piano fisico?
Nel lavoro con i cantanti e con gli attori desidero arrivare alle ragioni profonde, esistenziali della narrazione. Il lavoro con il corpo dei cantanti è molto delicato e bello. I tempi stanno cambiando e ora si trovano interpreti che magari non hanno le grandissime voci del passato, ma hanno intelligenza, desiderio e fame di far sì che tutto quello che succede in scena attraversi, così come succede con gli attori, il loro corpo. E questo mi permette di avere a disposizione strumenti - i loro corpi, le loro voci e le loro anime.


Com'è stato lavorare con John Turturro?
A lui avevano proposto di partecipare a una nuova produzione di «Rigoletto». Così ha voluto un traduttore di linguaggio, visto che era la prima volta che affrontava un’opera lirica. Mi ha chiesto di accompagnarlo nella preparazione del progetto. Insieme ad altri professionisti ho tradotto la sua idea di Rigoletto: quando ti trovi a lavorare con artisti che non hanno problemi di ego, ti accorgi che lasciano a ciascuno lo spazio per vivere e gestire le proprie competenze. Così il lavoro cresce: ognuno dà il meglio perché ci si approccia all’oggetto artistico come se fosse un proprio figlio.


Com’è il suo primo ricordo legato alla musica? E ora cosa ascolta, oltre all’Opera?
«La prima immagine del Pantheon della memoria è una domenica mattina, mio padre che ascolta il Requiem di Mozart, in casa, e io, piccolina, che ballo. Fino a dieci anni ho pensato che il coro «Lacrimosa» fosse in realtà «La cremosa», e che si riferisse alla cremazione… Tra gli ascolti che mi hanno formato, oltre ai Queen, c’è ancora Mozart, il Piano concerto K 466, ascoltato con Paolo Terni all’Accademia a Roma. Per me è stato un grandissimo maestro. Terni ha fatto sbocciare nel mio cervello il desiderio di dare senso, molto oltre la parola, a un oggetto, la musica, che è l’universale della possibilità di comunicare tra di noi emozione e intenzione. Ma da sempre ascolto di tutto e benedico Shazam che mi dà la possibilità di iniziare nuovi percorsi di conoscenza. Dato che viaggio molto in Sudamerica, ascolto salsa e mambo. In particolare Fruko, un musicista colombiano, autore de «El preso» («Catturato»), storie di prigione su musiche che farebbero ballare pure i sassi.


La lirica non è certo la musica che ascoltano la maggior parte dei giovani: come fare per renderla appetibile anche agli under 21?
C’è una maniera per coinvolgere il pubblico più giovane: è il divertimento nell’educazione. Cioè trasmettere una passione carnale, forte e viva, non solo per l’oggetto in sé , come Carmen, Aida... Riportare i giovani al teatro d’opera è fondamentale per la sanità mentale educativa e affettiva degli esseri umani. In poche mosse: riportare il discorso musicale nelle scuole e nelle famiglie; e non considerare il tempo e i soldi investiti in cultura come spesa per un bene superficiale. E gioire insieme del piacere del teatro e della musica.


Quest’anno "Aida" in Arena è stata scossa dalla polemica del soprano Tamara Wilson che ha rifiutato di truccarsi la faccia di nero parlando di «razzismo istituzionalizzato»? Lei che ne pensa?
Truccarsi di nero è stata una convenzione che non ha ragione d’essere, ma rimane la questione di come far funzionare il libretto. E qui tutto diventa interessante. Io mi domando: cosa significa fare Aida oggi? Non bisogna rompere con la tradizione per provocare e basta. Tutto va contestualizzato e tutto è portatore di senso. Non serve essere nere per fare Aida, non serve truccarsi di nero per fare Aida. Prossimamente farò la regia de «L’italiana in Algeri» che non penso di ambientare nell’Algeria rossiniana.


Avendo lavorato a diverse messe in scena di "Romeo e Giulietta", ne porterebbe una a Verona?
Sarebbe bellissimo! Penso alla produzione messa in scena a Martina Franca: la porterei anche domani al Filarmonico. Oppure porterei «Romeo and Giulietta – L’amore fa schifo ma la morte di più», il dramma di Shakespeare come fosse cabaret. La porterei in ogni bar e osteria di Verona. O sotto il balcone di Giulietta.


E in Arena? Accetterebbe un incarico come regista? E cosa porterebbe all’anfiteatro?
Fare opera in Arena non sarebbe mettere in scena un’opera ma costruire una piramide o innalzare al cielo una cattedrale. Ha a che vedere con il monumento più che con il teatro. Sarebbe un’esperienza estremamente terrorizzante ma direi di sì. E quando ti ricapita? E a quel punto sarebbe meraviglioso, per la pazzia della situazione, proporre una cosa folle come il «Candide», l’operetta comica di Leonard Bernstein basata sulla omonima novella di Voltaire. Fuori contesto e per questo totalmente scatenata.

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