28 marzo 2020

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20.01.2020

Interviste

«Umbi» sfida i
campioni al mitico
Rally di Montecarlo

Meno quattro. Mancano solo quattro giorni al pronti via di Umberto Scandola all’88esimo Rally di Montecarlo, il più prestigioso rally del mondo, che scatterà giovedì 23 gennaio inaugurando l’avventura del Campionato Mondiale Rally 2020. Nei prossimi giorni la Hyundai di Scandola inizierà le ricognizioni autorizzate, mordendo l’asfalto più dorato del mondo, quello del Principato di Monaco, sede del Grand Prix di Formula 1 di maggio e del mitico Rallye Automobile Monte-Carlo di gennaio. Arrivato all’ottantottesima edizione, il Rally di Montecarlo è la gara inaugurale del Campionato Mondiale Rally organizzato dalla Federation Internationale Automobiles, l’ente plenipotenziario che governa il mondo delle corse, con sede a Parigi. A fianco di «Umbi», come lo chiamano i «pasionarios» veronesi, ci sarà il copilota ligure Guido D’Amore. Scandola è un pilota «atipico» perché riesce a far convivere la sua professione (imprenditore nel ramo tessile) con quella di pilota. Un gentleman-driver, si diceva un tempo. Capace però di vincere spesso, addirittura campionati nazionali, mettendo in crisi piloti completamente dedicati alle corse. Tutta colpa, si fa per dire, della passione di famiglia, come racconta lui stesso a «The Week». «Ho respirato l’atmosfera delle corse fin da bambino perché a casa mia le competizioni sono la passione di mio padre Giuliano, detto Mistral, di mio zio Graziano, soprannominato Grizzly, di mio fratello Riccardo, valido pilota oltre che team-manager, di mio cugino Michelangelo e di mio nipote Mattia. Può bastare?». Certo che sì. La famiglia ha puntato compatta su di lui, Umberto, la freccia più veloce della casata. E i frutti sono arrivati. Nato a Verona il 5 dicembre 1984, Umbi partecipa alla prima gara ad appena sedici anni, la Romagnano-Azzago, su Peugeot 106, con licenza speciale per la giovane età. Nel 2004, dopo essere stato ai vertici della «Subaru Cup», viene individuato dalla Csai (Commissione Sportiva Automobilistica Italiana) come una delle promesse nazionali dei rally. Vince appena diciannovenne il Supercorso Progetto Giovani, sezione rally, una selezione riservata a cinque piloti rally (il più anziano dei quali aveva 25 anni) e a sette driver di velocità su pista. I giovani vengono selezionati da una commissione di ex piloti. Tra i rallisti, il migliore è lui, Umberto Scandola da Verona. La classe di Umberto non sfugge alla Fiat Abarth che lo ingaggia come pilota ufficiale. Così, dopo un 2005 con Subaru Italia, nel 2006 Scandola corre il Campionato Italiano Rally Fia Under 25. È sesto al Rally di Sanremo su Grande Punto S2000 e nel 2007 si piazza settimo nell’Intercontinental Rally Challenge, sempre su Grande Punto S2000. All’Abarth non sempre lo valorizzano come meriterebbe. Succede anche ai più bravi, perché a volte, nei grandi team, maturano equilibri particolari e architetture sghembe che non sempre favoriscono il migliore. Lui però tiene duro. Mai una critica. Mai una parola di troppo. Lo dimostrerà anche in futuro: self control e grande classe. Anche quando cospargono di chiodi le speciali della gara di casa o temibili avversari si arrampicano sui vetri per farlo penalizzare. Sul rischio dei rally, diventati ormai più pericolosi delle corse di Formula 1, ha le idee chiare e dice: «Quando rivedo le registrazioni di certi brutti incidenti concludo sempre che la preparazione deve essere sempre molto rigorosa, con ricognizioni accurate, registrazioni mnemoniche dei punti più difficili, dei pericoli, gli alberi, i muri che dovrò sfiorare. Oggi si deve correre così perché le auto viaggiano forte. Nulla deve essere lasciato al caso». Non accetta gli alibi, Umberto. E sulla sfortuna taglia corto: «È solo l’alibi, appunto, per giustificare la nostra impreparazione. Mi spiego meglio: se esco e picchio è un errore mio, se l’auto si rompe vuol dire che la preparazione era mediocre». Dopo ogni gara la sua Hyundai viene completamente smontata, ogni pezzo è severamente controllato, seguendo attente procedure per le sostituzioni programmate. «Quando correva mio padre Giuliano, alla sua Fulvia davano una lavata e poi via, subito alla partenza. Oggi tutto è diverso, decisamente molto più scrupoloso e professionale. E non può che essere così, perché le realtà in gioco sono importanti, i coinvolgimenti e gli investimenti sono notevoli e nulla può essere lasciato al caso, non solo per il risultato finale ma anche per l’incolumità dei piloti e del pubblico». Contenuto, misurato, sempre corretto, Umberto evita le polemiche, pur essendo consapevole che il mondo del rallysmo professionista non è fatto solo di capitoli lieti, di immagini stile «Mulino bianco», ma anche di qualche trabocchetto. Molto tenera la sua consapevolezza sull’importanza della famiglia: «Senza di loro non sarei mai diventato campione italiano rally e non avrei lottato fino all’ultima gara per molte edizioni del Campionato Italiano Rally». Respinge la leggenda metropolitana secondo la quale solo chi corre in pista è il pilota perfetto «perchè in realtà è vero il contrario: chi viene dai rally va forte in pista e invece non sempre i piloti che provengono dalla pista sono abituati alle insidie dei rally, soprattutto a tutti gli imprevisti che possono accadere perché nei rally ogni curva è diversa dalla prima, ogni passaggio è una novità rispetto al precedente, ed è proprio questo a renderli molto affascinanti».

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