20 agosto 2019

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24.12.2018

Interviste

Tagliapietra:
«La musica
è preghiera»

«Finalmente a casa!». Dice proprio così Aldo Tagliapietra, entrando al Giardino di Lugagnano per l’ormai tradizionale concerto «natalizio». Quest’anno la scelta del programma è caduta su “Il fiume”, disco del ’96. Aperto da una suite, lo show di Tagliapietra & band è proseguito con brani dai suoi dischi da solista (“Siamo del cielo”, “Radici”) e del periodo delle Orme (“Morte di un fiore”, “Era inverno”, “Amico di ieri”, “Gioco di bimba”, “Felona”).

 

Tagliapietra, come sono disposti nella sua mente questi brani, dagli anni ’70 a oggi?

Tutto è collegato; un continuum. “Invisibili realtà” (’17) poteva essere un disco delle Orme.

Ma non c’è frattura fra Orme e carriera solista?

No, perché la mia defezione (nel 2009) non è stata causata da divergenze musicali ma da un problema umano, irrecuperabile (con il batterista storico Michi Dei Rossi, e non solo, ndr).

I suoi testi sono influenzati dalle filosofie orientali. Cosa prega?

L’universo. Mi ha fatto un regalo, e non so se me lo sono meritato.

Intende il talento musicale?

No, intendo la vita, un dono della Natura. Io bravo musicista? No, i miei compagni delle Orme erano più bravi di me e la band che mi segue ora è più talentuosa di me. Io mi sento più un compositore che trova melodie.

E come le trova?

Sono in ascolto, sempre, e loro arrivano. Come diceva John Lennon, le musiche sono nell’aria; bisogna solo afferrarle.

Nel disco “Nella pietra e nel vento” (‘12) si parla dell’incontro con un santo: metafora o racconto?

Tutt’e due. Lì parlo di Buddha. Il buddismo mi piace, ma non sono osservante. Trovo sia la dottrina salvifica più moderna che esista. Il cattolicesimo e l’Islam mi appaiono lontane, giurassiche. La divinità è in noi: è questo il punto. Ora per molti un dio è il denaro e il passaggio nella vita vuol dire accumulare: case, soldi, proprietà… Tiziano Terzani diceva: “Noi non avevamo niente, ma avevamo tutto". Concordo.

Da dove vengono, allora, i dischi delle Orme?

Da dentro di noi, dalla nostra voglia di cambiare il mondo. E dopo il Festival di Woodstock (agosto ’69) il mondo cambiò. Ma durò solo un paio d’anni. Purtroppo. •

Giulio Brusati
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