27 settembre 2020

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26.03.2020

Interviste

Si muore meno in Veneto: «Questione di protocolli»

L'epidemiologo Paolo Ricci, membro della segreteria dell'Aie
L'epidemiologo Paolo Ricci, membro della segreteria dell'Aie

È il momento in cui l'epidemia manifesta la sua virulenza ogni giorno con decine di decessi, in Veneto come in Lombardia ed Emilia Romagna. E i numeri dicono che i morti tra i malati sono più numerosi in Italia (9%) che in Cina (3,8). Ma anche che in Veneto (3,2) si muore meno che in Lombardia (12,1%) e in Emilia (10,7) . Ma anche che in Veneto si muore meno che in Lombardia. Perché? Ci risponde, Paolo Ricci, epidemiologo veronese, anche direttore dell' Osservatorio epidemiologico dell'Agenzia di tutela della salute di Mantova e Cremone.

Dottor Ricci si muore più qui che in Cina, perché?

Per almeno tre motivi. I morti da covid-19 in Italia sono sovrastimati perché accanto alle cause primarie, cioè provocate da questo virus, si computano quelle che si aggiungono a una grave patologia preesistente, le cosiddette infezioni opportunistiche che anticipano l'epilogo. Sono quelle provocate da tutti i microrganismi disponibili in loco compreso quindi accidentalmente il covid. La polmonite è infatti una delle principali cause terminali delle morti provocate da tutte le malattie, insieme all' insufficienza cardiaca. Per tale ragione è già stato attribuito il compito all'Istituto superiore di sanità di verificare e differenziare tutte le cause alla luce dell'intera storia clinica dei deceduti.

C'entra l'età?

L'aspettativa di vita alla nascita in Italia è di 82,7 anni, in Cina di 75,1. Una popolazione più anziana genera più decessi di fronte a una epidemia che colpisce molto più gli anziani: 0 decessi sotto i 30 anni, 1% fino a 60, 3,5% fino a 70 e via dicendo con andamento esponenziale.

E il terzo fattore?

Di questo si parla meno. Ma gli italiani, e gli occidentali, sono sempre meno una generazione di "sopravvissuti" selezionati da carestie, epidemie, guerre e alta mortalità infantile. La maggior parte, grazie ai buoni standard assistenziali, è portatore di patologie croniche. Quindi l'incremento delle fragilità sanitarie nella popolazione espone a maggiori rischi di fronte a calamità come le epidemie.

Si muore di più in Lombardia che in Veneto, perché?

La letalità misura il rapporto percentuale tra deceduti e malati. Ci indica la gravità di una malattia, cioè la probabilità di morire dei malati. A parità di deceduti, la letalità è tanto più alta quanto minore è il numero dei malati. Se quindi si catturano tanti malati facendo in Veneto il tampone quasi a tutti, a differenza della Lombardia, il valore della letalità si diluisce. Ne deriva che, a parità di morti, la letalità sia più bassa in Veneto e più alta in Lombardia.

Ma i deceduti sono comunque di più in Lombardia.

Sì, perché come da protocollo finora seguito, in Lombardia un operatore sanitario sintomatico non è stato isolato subito se non aveva febbre alta, ma tenuto al lavoro con la mascherina e senza fare il tampone. Un lombardo qualunque invece è stato subito isolato e monitorato. In Veneto questa differenza non si è fatta. Basandosi sul criterio più restrittivo del tampone esteso a tutti a prescindere dai sintomi e dalla professione, il caso positivo è stato sempre e subito isolato. Può essere accaduto quindi che operatori sanitari lombardi abbiano infettato i malati più di quanto sia accaduto in Veneto. Un operatore sanitario infetto poco sintomatico è un grande moltiplicatore involontario di contagio. Questo spiegherebbe l'alta incidenza di covid-19 nei sanitari e alcune punte epidemiche negli ospedali.

E poi c'è un altro fattore.

Sì. Altro punto di forza in Veneto è la disponibilità di un più alto numero di posti di terapia intensiva per abitante. Oggi in Lombardia sono tutti saturati, in Veneto solo la metà. E il minor tasso di ospedalizzazione consente un più agevole accesso all'intensiva.

Il Veneto ne esce meglio.

Sì, nonostante qualche iniziale eccesso di zelo. E anche le altre regioni che ora hanno questo approccio all'epidemia, come Emilia e Toscana. Certo, l'invocazione del presidente Luca Zaia "un tampone per tutti" non è fattibile, non solo per gli alti costi ma soprattutto per motivi organizzativi in tempi stringenti. Auspicabile invece è quanto sollecitato dai suoi collaboratori dell'Università di Padova di effettuare il tampone a tutto il personale sanitario e, più in generale, ai lavoratori in contatto con il pubblico.

C'è un tallone d'Achille nel nostro sistema sanitario?

C'è una Cenerentola: la Prevenzione. I tamponi, come qualsiasi esame diagnostico, non sono risolutivi di alcun problema. Devono seguire azioni efficaci.

Quali?

Individuare e poi subito isolare i casi positivi, a domicilio o in ospedale, a seconda della gravità della sintomatologia. E, più complesso, ricercare e individuare i contatti, cioè le persone che hanno avvicinato, e raggiungerle per valutarne lo stato di salute e prendere i provvedimenti del caso e poi monitorarli. Come una catena di Sant'Antonio, che richiede personale, strumenti e competenza informatica per gestire grandi numeri. Se la medicina territoriale, incardinata sui dipartimenti di Prevenzione, non funziona in perfetta efficienza e rapidità "i buoi escono dalla stalla" e s'ingolfano gli ospedali. Questo è il vero fronte di guerra. Ospedali e terapie intensive sono le retrovie.

Maria Vittoria Adami
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