27 gennaio 2020

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03.05.2014

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«Semplicemente abile. È così che mi definisco»

L'attrice Antonella Ferrari
L'attrice Antonella Ferrari

Apprezzata come attrice teatrale e televisiva, oltre che per il suo impegno di madrina nazionale dell'Aism, l'Associazione italiana sclerosi multipla Antonella Ferrari arriva al teatro Salieri di Legnago con Più forte del destino. Tra camici e paillette la mia lotta alla sclerosi multipla. La serata, in programma domani alle 20.45 come ultimo appuntamento della rassegna «La (mia) Vita: che Spettacolo!», è liberamente tratta dall'omonimo libro autobiografico, pubblicato nel 2012 per la Mondadori e giunto già alla sua quarta edizione.
Antonella, che cosa l'ha spinta a raccontarsi?
In realtà, è stata la Mondadori a chiamarmi perché scrivessi la mia autobiografia. Non mi sarei mai immaginata un successo simile. Solo ora ho capito che la gente ha bisogno di confrontarsi con una persona che non prova vergogna nello svelare le proprie fragilità o nell'ammettere i momenti bui. Io sono sincera e lo dico chiaramente: la malattia è una sfiga. Occorre reagire. Io ho cercato di farlo. Sono riuscita a coronare sogni e progetti. E soprattutto, non ho permesso alla sclerosi multipla di bruciarmi tutto.
E lo spettacolo, da dove nasce?
Quando ho visto che il libro era piaciuto, ho deciso di buttarmi e di ascoltare chi mi chiedeva di portare il testo anche sui palcoscenici. La trasposizione teatrale l'ho curata io stessa, mentre per la regia mi sono affidata ad un regista come Arturo di Tullio che ha saputo dare alla storia il suo esatto significato. Questo spettacolo è un inno alla vita ed io ne sono molto orgogliosa.
Il suo Più forte del destino sa essere anche divertente e ironico. È questo lo spirito giusto per raccontare la disabilità?
Certo, è così che bisogna parlarne. A volte, un po' di ironia fa bene. Nello spettacolo, per esempio, sono molti i momenti in cui prendo in giro le persone che fanno demagogia sulla disabilità. Si possono lanciare messaggi anche in questo modo. Non significa banalizzare la mia condizione, ma esorcizzare tutto quello che comporta.
La malattia non le ha impedito di recitare. Ed il suo curriculum di attrice la dice lunga. Per un'artista con disabilità la strada nel mondo dello spettacolo non sarà stata però certo facile...
È stata difficilissima. E lo è tuttora, nonostante io abbia lavorato con persone che mi hanno scelta per le mie doti artistiche e non per pietismo. Spesso si tende ad etichettare le attrici disabili e a relegarle solo in determinati ruoli. Per questo ho voluto studiare recitazione. Non mi andava che usassero la mia malattia per scegliermi.
Lei si definisce «semplicemente abile» e non «diversamente abile». Che rapporto ha con la malattia?
I primi sintomi li ho avvertiti a 11 anni, la diagnosi lo ha avuta a 29. Mi sono sempre sentita ripetere che ero stressata. Il mio stress in realtà aveva un nome: sclerosi multipla. Le cose vanno chiamate per quello che sono. Perché dovrei dirmi diversamente abile? Io credo di avere solo delle abilità, come tutti gli altri.
Dal 2000 lei, è madrina di Aism. Pensa che la sua testimonianza possa rappresentare una speranza in più per tanti malati che magari non riescono ad avere la stessa determinazione?
Quando ho iniziato a svelarmi, molte persone si sono riviste in me e hanno deciso di confidarmi il loro dolore. Io sono cattolica e credo fermamente che la mia malattia possa essere d'aiuto a qualcuno. La strada giusta è dire la verità, non nasconderla. Lo ripeto sempre a chi si trova nella mia stessa condizione: cammina a testa alta e rivela tranquillamente che hai la sclerosi multipla.
Nella fiction Un matrimonio andata in onda lo scorso gennaio su Rai1 per la regia di Pupi Avati, le è stato dato il ruolo di Anna Paola la figlia (adottata) disabile dei due protagonisti. Che significato ha avuto per lei, sotto l'aspetto artistico ed umano, questa esperienza?
Lavorare con Pupi Avati è stato come toccare il cielo con un dito. Quando mi fece il provino mi disse qualcosa che non dimenticherò mai: ”Antonella, non permetta a nessuno di dire che non è brava. Io non l'avrei mai presa se non lo fosse".

Elisabetta Papa
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