07 agosto 2020

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28.07.2020

Interviste

La mia vita
sul palcoscenico
una sfida tutta al femminile

Isabella Caserta
Isabella Caserta

Un amore devastante che travalica la morte. È quello di Clitennestra, personaggio mitologico che l'attrice e regista Isabella Caserta, «cuore» del Teatro Scientifico - Teatro Laboratorio, porterà in scena al Teatro Romano di Verona il 7 agosto alle 21, all'interno dell'Estate Teatrale Veronese. Diretto e interpretato dalla stessa Caserta e da Jana Balkan («anima» della storica compagnia teatrale veronese), si avvale delle musiche dal vivo di Cristina Mazza, Bruno Marini e Andrea Cortelazzo. Al Romano vedremo una Clitennestra diversa, una donna estrema, radicata nel mito greco ma differente, ripresa da un testo di Marguerite Yourcenar.

Isabella, perché la scelta di questa Clitennestra?
Perché racchiude i due progetti del Teatro Scientifico, femminiletrapassatoepresente e #amorlietomalatonegato e ne rappresenta la summa. Avevamo scelto questo testo prima del Covid. Ci interessava lavorare su di un punto di vista differente rispetto a come viene consegnata alla storia Clitennestra, metterci dalla parte di lei e capire che cosa spinge una donna a un atto così estremo. Rispetto a Penelope, fedele sposa in attesa del ritorno del marito, Clitennestra è stata consegnata alla storia come una donna fedifraga, che uccide il marito di ritorno dopo dieci anni di guerra.

Ma in «Clitennestra» chi è la vittima?
Nella mitologia greca Agamennone le aveva ucciso il primo marito e il figlio neonato, poi sposatala aveva avuto con lei quattro figli e sacrificato alla dea Artemide la figlia Ifigenia per propiziarsi il viaggio verso Troia. Dopo dieci anni di assenza torna portando con sè Cassandra, concubina bottino di guerra. Clitennestra, con l'aiuto del suo amante Egisto, uccide Agamennone. Il testo di Yourcenar propone la rivisitazione del mito classico in chiave contemporanea, sorreggendo la partitura letteraria con costante afflato poetico. Clitennestra nasce da una grande crisi passionale di Yourcenar ed è un amore devastante che travalica la morte.

Che ruolo ha la musica qui? Aumenta il ritmo delle parole oppure è l'inverso?
Abbiamo lavorato a una fusione delle due cose. Abbiamo iniziato con l'improvvisazione per arrivare a codificare una partitura comune, lasciandoci comunque ancora un po' di spazio per la creatività del momento. Ci sarà poi una sorpresa che renderemo nota in autunno: lo spettacolo prenderà anche un'altra forma rispetto a quella esclusivamente teatrale.

Yourcenar fa dire a Clitennestra, rivolta alla corte che deve giudicarla (e al pubblico): «I vostri delittuosi pensieri, le vostre smanie inconfessabili affluiscono giù dai gradini e vengono a riversarsi in me, e cosi una specie di orribile andirivieni fa di voi la mia coscienza e di me il vostro grido». Isabella, non trova che questa sia una bellissima metafora del teatro?
Sì, perché rappresenta una condivisione e un interscambio tra palcoscenico e platea, dove il teatro si fa portavoce e cassa di risonanza dell'inconfessato.

Amore malato e violenza: si è pensato anche di modificare il finale della Carmen. Ma c'è qualcosa che non si può mettere in scena? Dove deve fermarsi lo sguardo di un regista?
Non penso che il teatro abbia il compito di edulcorare la realtà. Anzi, penso sia giusto che induca alla riflessione sul presente, sia comico che drammatico.

Clitennestra si aggiunge al repertorio di donne che lei ha interpretato: quali esprimono in maniera più completa lati del suo carattere e della sua personalità?
In ogni personaggio che interpreto c'è un po' di me. Considerando che le cose che più odio sono ingiustizie, menzogne e violenza, mi vengono in mente personaggi che queste cose hanno subito o combattuto, come Desdemona, Beatrice Cenci, ma anche Judit, la goldoniana Rosaura de «La vedova scaltra» che si ribella alle convenzioni e sceglie di scegliere. Donne forti, che combattono e cercano di essere artefici del loro destino.

Isabella, lei perché ha iniziato a fare teatro?
Diciamo che ho cominciato nella pancia di mia mamma e che per me fare teatro è sempre stata una cosa naturale. La mia prima volta sul palco è stata a 4 anni in un testo di Pirandello, a cui è seguita «Storia della regina Rossana» alla Biennale di Venezia diretta da Ronconi dove avevo un lungo monologo (lì avevo 7 anni) e poi, via via, ho sempre seguito i miei genitori (Ezio Maria Caserta e Jana Balkan) dormendo qui e là in teatri e bauli, anzi sempre in occasione di una biennale nei «I Gracchi, turbatores plebis», dovevo entrare in scena e non mi trovavano... Mi ero addormentata in un baule che serviva per trasportare i costumi.Dopo il Liceo Maffei ho frequentato l'Accademia d'arte drammatica a Milano e subito dopo sono stata scritturata in una coproduzione del Piccolo di Milano e dello Stabile di Catania. Da lì ho cominciato una carriera da scritturata nelle grandi compagnie di giro.

Dopo tutti questi anni le motivazioni sono cambiate?
Dopo l'incidente di Ezio (scomparso nel 1997, ndr), ho scelto di tornare a Verona per portare avanti il progetto del Teatro Scientifico-Teatro Laboratorio, cercando di farlo evolvere e dando anche un'impronta personale.Con Jana, che è stata e sempre sarà le fondamenta di questo teatro, ci siamo impegnate a fondo per non lasciar cadere quello che era stato il percorso del Teatro Laboratorio e della compagnia e siamo arrivate alla 52esima stagione. Sette anni fa ho ideato il Festival «Non c'è differenza» (dedicato all'altro da sè), che è una creatura interamente mia e alla quale tengo molto.

Ci racconterebbe tre attori-registi che hanno contraddistinto il suo cammino di attrice: suo padre Ezio Maria, Carmelo Bene e Giorgio Albertazzi?

Mio padre era la gioia bambina. Aveva sempre un entusiasmo contagioso. Era innamorato dello studio e del teatro, e trasmetteva questa sua passione. Stare a contatto con lui faceva affrontare tutto quello che si faceva con gioia pura. Con Carmelo Bene c'è stato un bell'incontro che stava sfociando in una collaborazione, purtroppo poi non realizzata a causa della sua prematura scomparsa. Con Albertazzi ho studiato e poi lavorato in più occasioni. Anche lui aveva quella gioia fanciulla nel fare teatro. Non l'ho mai visto arrabbiato; sapeva trasmettere, oltre alla tecnica, anche il vero amore per questo lavoro.Sempre parlando di maestri che hanno fatto parte della mia formazione, questo aspetto l'ho riscontrato anche nel Living Theatre, in Grotowski e Ellen Stewart del Cafè La Mama: la gioia nel fare.

Cosa significa fare teatro da professionisti a Verona? Andrebbe meglio a Bologna oppure a Roma?
Citando Seneca: «È l'animo che devi cambiare, non il cielo sotto cui vivi».

GIULIO BRUSATI
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