22 settembre 2019

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23.05.2019

Interviste

L'annuncio di Sgarbi
«Porterò succursale
del Mart a Verona»

Sgarbi: «Porterò il Mart a Verona»
Sgarbi: «Porterò il Mart a Verona»

Il Novecento, soprattutto nella sua seconda parte dal dopoguerra in poi, è il secolo degli artisti dimenticati. Dimenticati da un circuito di mercato e critica che dava importanza a caratteristiche diverse da quelle tradizionali, che decideva chi restava fuori e chi no, chi eleggere e chi affossare. E così, con il secondo volume dedicato al Novecento, da Lucio Fontana a Piero Guccione (La Nave di Teseo) Vittorio Sgarbi porta a compimento l’impresa di raccontare una sua personalissima storia dell’arte italiana, quella collezione di tesori del Belpaese che cominciò nel 2010 con L’Italia delle meraviglie, e che lo ha visto poi in libreria, a cadenza quasi annuale con tanti altri volumi dall’epoca di Giotto fino alla quasi contemporaneità. In questo volume il critico d’arte cerca di restituire importanza e dignità a quelli che lui chiama «i sommersi», che cerca appunto di salvare. Un percorso che parte dal lombardo Gianfilippo Usellini, «pittore dei sogni», come lo definisce lui, un artista che pochi forse oggi ricordano, ma che è stato unico, dice, nel raccontare con i pennelli «favole che sono la ragione sottile della realtà». Le ultime pagine sono per Piero Guccione «guardiano del faro che presidia il reale osservando l'ultimo orizzonte». In mezzo, tanti nomi noti, ma anche grandi artisti che avevano la stigma di essere matti, come Ligabue o il veronese Zinelli, rappresentanti dell’Art Brut, che legava talento e follia. Percorsi che ora Sgarbi, come anticipa in questa intervista al nostro giornale, vuole recuperare al Mart, il Museo di Rovereto di cui è divenuto presidente, facendolo diventare anche il museo di Verona.

Professor Sgarbi, perché questa necessità di recuperare molti artisti dimenticati del secondo Novecento?
Perché secondo me la storia dell’arte è la storia di quello che è accaduto, invece nel secondo Novecento è stato quello che decidevano i mercati o certe persone. Per cui alcuni andavano bene, altri no, con un concetto giudiziario dell’arte che non coincide con il concetto storico e artistico. Questo ha portato a una rimozione, a dimenticare molta parte di quello che è accaduto, ma che è storia.

Per esempio?
Penso a Ligabue, al movimento dell’Art Brut in cui c’è il veronese Zinelli, penso ad Annigoni: chi dipingeva finiva nel dimenticatoio. Si dà spazio ad un altro tipo di arte, per esempio il design diventa l’arte del Novecento e la Biennale, dove viene esposto l’orinatoio di Marcel Duchamp, diventa l’esempio di tutto questo. Per non parlare della merda d’artista di Manzoni. Intanto Annigoni, Clerici, Cremonini e tanti altri vengono buttati via in base non si sa bene a cosa: c’era un giudice che escludeva sulla base dei pregiudizi, a concetti ideologici, per cui il critico non si limita a guardare ciò che è accaduto o accade, ma entra in conflitto con ciò che esprime l’artista. E arriviamo alla Biennale di oggi che è fatta più di giudici che di critici e di storici, in base a un principio giudiziario ideologico.

Un fenomeno che troviamo solo nel Novecento?
Sì, solo nel Novecento l’arte e l’artista devono passare attraverso una valutazione, un giudizio che vanno oltre la realtà. O mi vai bene, o ti tolgo. Ma proviamo a pensare per esempio se sarebbe stato possibile fare questo ragionamento con Tiepolo. Puoi dire se ti piace o non ti piace, ma non toglierlo, perché allora fai un processo alla Storia. Per anni abbiamo vissuto questa specie di ricatto: aut- aut. Invece io sono per et-et. E da qui ho preso lo spunto per il mio racconto che è un percorso carsico, dove ci sono i nomi noti ma poi scopri e riaffiorano artisti spariti o marginali ma di grande importanza.

Nel libro c’è un raffronto tra le pieghe di un abito di Antonello da Messina (opera del Quattrocento) e i tagli nella tela di Lucio Fontana: queste consonanze arriveranno in una esposizione al Mart di Rovereto?
Ho varie ipotesi allo studio. Per esempio una è approfondire Canova e la contemporaneità, un’altra è scoprire le consonanze da Caravaggio a Burri, così come ho fatto l’esempio che dalla figurazione di Antonello da Messina si arriva all’astrazione di Lucio Fontana, così come il mio maestro partiva da Piero della Francesca e arrivava a Mondrian. Farò queste azioni di recupero, senz’altro.


Lo sa che il Mart è un museo molto vicino e quindi molto amato anche da veronesi e bresciani?
Ma io voglio che il Mart sia anche il museo dei veronesi e che abbia una succursale a Verona per dare a questa città il museo che non ha.

Maurizio Battista
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