23 settembre 2019

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15.08.2019

Interviste

Kooperman: «Woodstock? Un grande
camping dove tutti si amavano»

Jimi Hendrix durante la sua esibizione a Woodstock
Jimi Hendrix durante la sua esibizione a Woodstock

«A Woodstock, in quei giorni intorno al Ferragosto del 1969, l’atmosfera era bellissima: sembrava di essere in un immenso campeggio, con ragazzi provenienti da tutti gli Stati Uniti. Ci si voleva bene tutti. Era una bellissima famiglia. Non c’erano tensioni né violenze, e c’era una cappa di fumo incredibile. Facile amare tutti quando hai fumato marijuana!». Deborah Kooperman ride, ricordando quell’estate di 50 anni fa.

Deborah Kooperman

 

Musicista americana trapiantata a Bologna a fine anni ’60, presenza fissa nei dischi di Francesco Guccini fino al 1980, amica e collaboratrice di Lucio Dalla e Ron, a metà anni ’80 diventa veronese: a Villafranca ha un negozio di strumenti musicali e dirige un coro che ha chiamato Woodstock.

Cinquant’anni fa, con suo fratello partì dalla fattoria dei genitori, a Walden, nello stato di New York, e prese l’autostrada verso nord, verso Bethel e quella spianata diventata il simbolo della controcultura, la «madre di tutti festival rock»: oltre mezzo milione di persone in tre giorni (diventati poi quattro) di musica, pace e amore.

 

Deborah, com’è stato il viaggio verso quel Festival? «I miei vivevano in una fattoria a meno di un’ora di strada da quella cittadina e ci andavamo spesso perché c’era pieno di artisti, non solo musicisti. Era un posto molto carino, con tanti negozi di artigiani e artisti. Quando sentimmo che c’era questo grande festival con Jimi Hendrix, Santana, Joan Baez, The Who, Joe Cocker, Janis Joplin e tanti altri pensammo di organizzarci per andare a vederlo. Siamo partiti il 16 agosto, il secondo giorno. In realtà a Woodstock ’69 ci sono andata, ma non ho sentito neanche un minuto di musica…».

Cioè: lei è arrivata fino a là senza vedere il concerto? «Sì, era impossibile; c’era troppa gente e le strade erano strapiene di auto, ferme, inchiodate da un traffico pazzesco. Il concerto non si è tenuto nel paese, ma in campagna, a Bethel, quaranta miglia più a sud. Ci abbiamo impiegato non so quanto tempo ad arrivare, perché era pieno di automobili dappertutto. E lì, a Woodstock, abbiamo proseguito a piedi ma abbiamo capito che era impossibile arrivare dove si tenevano gli show. Molti artisti sono stati portati sul palco in elicottero perché non si poteva superare il muro umano sulle strade e sui prati».

E il secondo giorno com’era la situazione? «Non c’era più posto per nessuno. Ci siamo fermati in paese, e anche lì era uno show continuo. Il momento storico era particolare: c’erano i “figli dei fiori”, il movimento di protesta contro la guerra in Vietnam e quello per i diritti civili e l’integrazione degli afroamericani. A Woodstock c’erano, e ci sono ancora, villette e case singole. Il prato davanti a ciascuna villetta era pieno di tende, tendine e sacchi a pelo. La gente del paese lasciava che i ragazzi piantassero le loro tende in giardino e portavano acqua a tutti. E quelli che, come noi, erano bloccati nel paese e non riuscivano a superare i blocchi, facevano concerti improvvisati nelle piazze e per le strade. Era un’immensa festa in famiglia».

La grande artista americana, Joan Baez, nella sua autobiografia ha scritto che «il festival di Woodstock è stato droga, sesso e rock’n’roll». E per lei? «Eravamo tutti giovani: io avevo 25 anni, mio fratello 20 e l’età di chi c’era oscillava dai 17 ai 30. Abbiamo cantato e suonato; c’era un’apertura mentale straordinaria. Nessuno ci conosceva eppure tutti ci chiamavano: Dai, venite a cantare con noi. Non ho mai visto così tanta gente insieme, e quelli del luogo sono stati accoglienti. Usando una parola che torna molto in questi giorni – accoglienza – non so se succederà più che così tante persone vengano accolte così. E poi c’era caldo, è piovuto tanto e i ragazzi giravano mezzi nudi ma era lo stesso… Abbiamo dormito lì la notte del 16 agosto perché il 17 dovevo tornare in Italia. Avevo finito il primo anno al Conservatorio di Bologna. Non potevo rimanere imbottigliata lì, nei monti sopra New York, perché avevo un aereo da prendere».

Che tipo di aria si respirava? «C’era un’atmosfera molto rilassata. Nessuna tensione. Si amavano tutti, e c’era una cappa di fumo incredibile. La marijuana era illegale, al tempo, ma era ovvio che non potevamo certo arrestare 500mila persone. Tutti sono diventati buoni, anche se magari non lo erano prima. L’erba ha contribuito, certo, ma la rilassatezza era generale, aveva contagiato tutti: se volevi ballare, ballavi; se volevi cantare in mezzo alla strada, lo facevi».

Non ci sarà un altro Woodstock, giusto? «No, impossibile ricreare quell’atmosfera. So che ci hanno provato, anche quest’anno, ma poi è naufragato tutto. Anche se lo rifacessero nello stesso posto, con artisti uguali o simili, non sarebbe lo stesso». •

Giulio Brusati
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