28 marzo 2020

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17.02.2020

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«In sella alla moto ho fatto 30 volte il giro del mondo»

Bruno Bonizzato
Bruno Bonizzato

Ha rischiato la vita tra guerrieri africani armati di kalashnikov e machete, è stato rapinato in Sud America, azzannato da cani mongoli e ha rotto la moto a 4 mila metri d'altitudine in Bolivia.«Ma ho visto panorami e tramonti mozzafiato, ho visitato templi e siti archeologici stupendi e assistito a cerimonie religiose in tutti i continenti». Bruno Bonizzato, 76 anni, di Santa Maria di Negrar, commerciante in pensione, ha gli occhi che brillano quando parla dei suoi viaggi in solitaria in moto, intensificati proprio quando la maggior parte delle persone «appende l'avventura al chiodo».I viaggi più lunghi e faticosi, spesso in terre poco ospitali per clima e situazione politica, li ha organizzati negli ultimi anni. E ora, dopo aver macinato 1 milione e 300 mila chilometri sulle due ruote, che corrispondono a trenta giri attorno al mondo («Ma i record non mi interessano», tiene a precisare, «io viaggio per conoscere il mondo»), ha «percorso» 329 pagine, raccontando le sue avventure attraverso la penna di Daniela Garniga. «Ogni volta che parto sento l'adrenalina salire», confessa. «Tutti, compreso il medico di base», continua, «mi hanno detto che fare viaggi così lunghi su terreni dissestati e con temperature al limite alla mia età può essere pericoloso, ma le emozioni che provo viaggiando mi spingono ogni volta a ripartire». Hotel a cinque stelle e colazioni continentali non fanno per lui. Meglio scimmie stufate e serpenti alla griglia, ma che siano a chilometri zero. La stessa filosofia l'adotta per il riposo. Se non trova ospitalità tra la gente del luogo in cui si trova o in strutture ricettive semplici, monta la sua tenda e passa la notte sotto le stelle.«L'ho fatto anche quando sono caduto dalla moto e sono stato circondato da un gruppo di etiopi nudi ma armati fino ai denti che volevano soldi», spiega. «Ero troppo stanco per discutere. Ho montato la tendina e mi sono subito addormentato, ero distrutto». La questione l'ha risolta al mattino, accordandosi con il capo tribù. «Comunque di solito vengo sempre ben accolto, soprattutto nei paesi più poveri», racconta. «Paradossalmente chi ha meno è sempre più generoso e disposto a condividere ciò che ha», prosegue. «Ho dormito in case, ma anche in capanne e sotto grandi tendoni e non ho mai avuto problemi a mangiare quello che ho trovato lungo le strade che percorrevo. I piatti preparati ai mercatini vanno benissimo. Ho assaggiato di tutto, dai topi che vivono nei depositi di riso in Birmania, alle cavallette e ai vermi fritti, alle iguane, fino ai coccodrilli». Senza mai ammalarsi. «Neppure un mal di pancia», sottolinea. «Quando parto faccio tutte le vaccinazioni previste, ma poi non uso grosse precauzioni. Mi piace vivere come la gente dei Paesi che attraverso, mi adeguo alle loro usanze. È uno degli aspetti che amo del viaggio». Poi aggiunge divertito: «La sorpresa più grande l'ho avuta in un monastero peruviano dove mi hanno dato ospitalità. Le suore mi hanno offerto un tè, solo che nella tazza galleggiavano parecchie foglie... di coca», racconta divertito. «Ho dovuto guardare due volte nella tazza, perché non ci credevo. È vero che lì le masticano tutti, ma non credevo lo facessero anche le suore». Di aneddoti da raccontare Bonizzato ne ha da vendere. Tanti, appunto, da scriverci un libro. A stupirlo, però, non è solo ciò che vede e scopre, ma anche il concatenarsi di eventi positivi che lo fanno uscire dalle situazioni difficili o pericolose in cui talvolta finisce. «Finora sono sempre stato fortunato», racconta. «In Bolivia, ad esempio, mi sono ritrovato con la moto rotta a quattromila metri. Ho atteso per ore. Quel giorno è passato un solo mezzo e, incredibile ma vero, dentro c'erano tre vicentini e due padovani. Pazzesco, eh?». Occhi azzurri, sguardo calmo e deciso, a non agitarsi l'ha imparato proprio durante i viaggi. «Sono consapevole dei rischi che corro, ma la mia filosofia è che sono disposto a perdere tutto, tranne la vita, quella voglio "riportarla" a casa», afferma deciso. «Meglio consegnare soldi, moto e passaporto. Da vivi, poi, una soluzione si trova sempre». È riuscito a mantenere il self control anche quando, appena uscito dal Nicaragua e diretto in Costa Rica, si è ritrovato in mezzo a uno scontro a fuoco tra la polizia e un gruppo di banditi a cavallo con i fazzoletti legati sul viso e i fucili in mano. «Davanti arrivavano i banditi, dietro la polizia, sono scappato in diagonale usando tutta la potenza della mia moto per sparire più in fretta che potevo», racconta felice di essersela cavata.Ma non sono solo guerriglieri e delinquenti a mettersi tra i «raggi» delle sue avventure. A cercare di fermarlo spesso è anche la natura.«Quando sono passato dal Tibet in Nepal dovevo attraversare una gola stretta dov'era caduta una frana», spiega. «Con fatica l'ho superata, ma dopo qualche istante è venuta giù una valanga di fango e detriti. Avrei potuto di rimanerci sotto, invece eccomi qua».I suoi viaggi durano da due a sei mesi. Fino a 50 anni ha visitato l'Europa, poi si è dedicato agli altri continenti. «A 60 anni ho smesso di occuparmi della ditta di tende di famiglia e così ho avuto il tempo di fare i viaggi più lunghi», sottolinea.«Nel libro parlo di quelli più impegnativi: se li avessi raccontati tutti avrei scritto un'enciclopedia», ironizza. Un pezzo di mondo però gli manca. «L'Indonesia», risponde dispiaciuto. «Sono arrivato nel periodo delle piogge, le strade erano sommerse. Sono dovuto tornare indietro a Kuala Lumpur e poi sono andato in India». Sue inseparabili compagne di avventura, alternate secondo i terreni che devo affrontare, sono sempre state un'Africa Twin e una Bmw R 1100 Gs. «Inseparabile però è rimasta solo la seconda», spiega dispiaciuto, «perché purtroppo nel Salar, (il più grande lago salato della terra che si trova in Bolivia, ndr) c'erano quattro dita d'acqua e si è ossidato tutto l'impianto elettrico. Ho portata la moto in quattro concessionarie diverse per riuscire a "salvarla", ma è stato inutile. Arrivato a San Paolo in Brasile ho dovuto lasciarla lì. L'avevo dall'87, è stato un grosso dispiacere. La targa, però, me la sono portata a casa». Il libro «Un milione di chilometri in moto» è stato pubblicato da Gabrielli Editori. È disponibile alla libreria di viaggi Gulliver di Verona o su Amazon.

Chiara Tajoli
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