29 settembre 2020

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04.08.2020

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Il teatro, Dante e il tedesco. La mia passione è la cultura

Alessandro Anderloni
Alessandro Anderloni

Trent’anni di teatro e uno stop improvviso e forzato di tre mesi. Per tutti è stato difficilissimo sopportare l’isolamento richiesto dalle norme anti Covid, ma per lui, Alessandro Anderloni, è stata una prova sovrumana: 48 anni, nel teatro da quand’era bambino, autore, sceneggiatore, regista, compositore che dal 1993 «ha messo in scena un intero paese» con le sue Falìe (fiocchi di neve), compagnia di teatro popolare, di cui è fondatore e direttore.

Come ne è uscito, isolato fra le sue amate montagne lessiniche?

Dopo il primo momento di ansia per aver lasciato di punto in bianco ben sette spettacoli di cui avevo avviato le prove, ho trovato a Velo, nel bozzolo del mio paese, un tempo di riflessione e poesia. Ho visto più chiaro e questo mi sta aiutando a fare delle scelte: sono ancora qui perché sento l’opportunità e il privilegio di poter lavorare in un posto così, dove fra teatro, sala prove, ma anche pascoli e boschi attorno, c’è un’energia impagabile. Stare qui in isolamento mi ha rigenerato; ho preso consapevolezza della nostra storia di Falìe e lavorato sui testi teatrali nati in questi 30 anni nei quali ho raccontato il ’900 di un paese, ma che ha una valenza universale, come specchio della grande Storia, come teatro della consapevolezza e della maturità.

Dal teatro popolare alla Comedìa, come Dante Alighieri chiamò il suo poema. Ed è stato proprio con i versi danteschi che ha ricominciato le sue apparizioni pubbliche. Cosa sottintende questo passaggio?

Ci sono le celebrazioni del 2021 per i 700 anni dalla morte di Dante, ma sono solo un’occasione per questo «Divino Cammino» che è ripartito con l’ultimo progetto dall’area archeologica di Nora, in Sardegna, in «Mare e Miniere» un’idea di Mauro Palmas che mi ha accompagnato con il liuto cantabile mentre dicevo Dante. Dico, non recito né proclamo dei versi, perché studio a memoria i canti e sto sperimentando l’empatia e la forza poetica di Dante davanti al pubblico di ogni età e condizione. Prima l’avevo portato nelle scuole; a settembre sarà sull’Adige con danza e musica contemporanea; sarà alla primaria Rubele dove gli alunni saranno i protagonisti per raccontare Dante a Verona e poi all’università dove affronterò la «Quaestio de aqua et terra», conferenza che l’esule fiorentino tenne a Verona, nella chiesa di Sant’Elena, il 20 gennaio 1320. Prosegue anche il lavoro con il Teatro del Montorio: in tre anni vengono proposte le tre cantiche dantesche dai detenuti e dagli studenti delle superiori che condividono la scena, e si realizzerà un video documentario del progetto avviato grazie alla Fondazione San Zeno. Il carcere è la vera metafora del viaggio dantesco e i versi escono dalla bocca di questi attori non professionisti facendo sentire quanto peccato, penitenza e perdono siano incarnati nella loro storia. Le quinte dell’Inferno, già andato in scena anche con il pubblico, sono i luoghi stessi della pena da percorrere con i «dannati»: i corridoi, i cancelli, le sbarre alle finestre, i cortili di cemento.

Ma com’è nata questa passione per Dante?

La scintilla si è accesa alle superiori con la mia insegnante Paola Occhialini. Non ci chiedeva di parafrasare la Divina Commedia ma di leggerla ad alta voce: «Da come la leggete, capisco se l’avete studiata», ci ripeteva. Poi vent’anni fa, mia zia, suor Rosita, mi invitò a Roma ad allestire uno spettacolo coi suoi bambini dicendomi che voleva recitassero Dante. Le ho dato della pazza, ma la devo ringraziare, perché quando ho sentito la Commedia detta dai bambini ho capito che era veramente un testo per tutti. Oggi, aver memorizzato le tre cantiche, mi ha reso intimo di Dante. Non mi fidavo a parlare di lui e solo dicendolo ho avuto il coraggio di intraprendere questo Divino Cammino che mi accompagnerà per tutta la vita.

C’era stata un’altra sua discesa agli inferi con L’Abisso, girato insieme a Francesco Sauro.

È stato nel 2003 con 70 speleologi e due anni di lavoro, portando le telecamere nella Sala Nera al fondo della Spluga della Preta, realizzando per la prima volta un filmato professionale a -875 metri. Il film, pluripremiato in Italia e all’estero, rendeva omaggio anche ai protagonisti di 80 anni di esplorazioni. Con Francesco sto lavorando a un nuovo, e ancora segreto, progetto cinematografico.

Pochi sanno che la sua passione è anche il tedesco e che a Verona esiste l’unica compagnia italiana di teatro che recita anche in tedesco, portando in scena suoi spettacoli scritti con Rafaela Amabile, di madrelingua tedesca.

Tutto è nato grazie a Ursula Swoboda, scomparsa lo scorso dicembre e fondatrice del Goethe-Zentrum Verona. Nel 2015 mi invitò ad allestire un laboratorio teatrale in lingua tedesca perché la sua aspirazione era di costruire ponti in una città intimamente legata al mondo germanico, svelando le potenzialità di Verona di tessere rapporti internazionali di apertura a progetti culturali in una città più accogliente, come lo fu con l’esule Dante, più europea, più tollerante, più coraggiosa, più anticonformista. Da Berlino nel 1990, in gita scolastica, portai a casa un pezzo di muro che in quei giorni si stava smantellando. Ci sono tornato a studiare, grazie a una borsa di studio e oggi è la città dove mi trovo a passo con il mondo, dove incontro le nuove tendenze del teatro contemporaneo, dove raccolgo stimoli per il Film Festival della Lessinia. Diciamo che amando il tedesco ho colmato le mie lacune di cimbro.

Ma non c’è solo il mondo germanico nei suoi orizzonti internazionali.

Sono cose che racconto meno di me, ma che mi hanno segnato profondamente: dal documentario «Una luce nelle favelas» girato a Salvador de Bahia nel 2012 con la Onlus Agata Smeralda di Firenze; al progetto teatrale, purtroppo interrotto dalla guerra, «Ero un bambino» iniziato nel 2013 con gli ex bambini soldato nella Repubblica Democratica del Congo; fino al laboratorio teatrale del 2019 al «Labsa» di Dortmund con richiedenti asilo.

A chi è debitore il successo di Anderloni direttore artistico, compositore, regista?

Alla mia famiglia per l’attaccamento a questa terra, ad Attilio Benetti per avermi formato alle sue storie e devo indicare un maestro (il maestro), oltre che un amico da quasi 30 anni, Bepi De Marzi (nella foto), che ha accompagnato il mio percorso corale e teatrale e con cui ho inventato storie e canti, l’ultimo «L’è belo stasera», con le parole delle contrade della Lessinia.

Vittorio Zambaldo
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