31 maggio 2020

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08.03.2020

Interviste

«Il mio violino per
Greta e il Mediterraneo
che soffre»

L’amore per la Natura. La vicinanza ai popoli che vivono intorno al Mediterraneo e che lo attraversano alla ricerca di una nuova vita. Il viaggio lungo le sponde del Mare Nostrum; un percorso che scava dentro le nostre pulsioni più profonde e ci mette di fronte alle responsabilità di essere umani. Questo e molto altro esprime la musica di Laura Masotto, veronese, polistrumentista, sospesa tra neo-classica e rock, ora di stanza a Barcellona.

Laura, iniziamo dalla sua residenza artistica a Barcellona. Com’è iniziato tutto?

Da una collaborazione con due artiste italiane a Barcellona, Luna Coppola e Silvia Campidelli. Il loro progetto si chiama Duae Collective. Avevano bisogno di musicare un video che raccontava il contrasto tra natura e inquinamento di una grande città attraverso il fiume Besòs. Abbiamo iniziato a lavorare insieme; mi inviavano i video e io producevo le musiche. Da lì è nata l’opera «Pattern for a relationship», esposta alla mostra «Besòs: A noble ecosystem», a Barcellona e a Porto. Dopo questo progetto hanno proposto all’etichetta discografica Lady Blunt, che condivido con Francesca Serotti e Alessandro Lugoboni, di realizzare una residenza artistica a Fabra i Coats, una bellissima fabbrica di creazione e centro d’arte contemporanea che accoglie artisti internazionali. Vinto il bando, Francesca ed io abbiamo preparato le valigie e siamo arrivate a Barcellona, a novembre 2019. Abbiamo uno studio dove ci occupiamo dell’etichetta e uno insonorizzato. Un sogno.

Con la sua etichetta ha sviluppato il progetto Mediterraneo. Cos’è?

«Mediterraneo» è una collection che celebra il primo anno di vita dell’etichetta che ho co-fondato, Lady Blunt. Abbiamo commissionato un brano a 15 artisti nell’intento di formare un’opera corale per lanciare un messaggio di unione, ispirata al mare, usando la musica come mezzo di connessione, come strumento di emancipazione culturale in grado di trasformare e migliorarci. I musicisti coinvolti sono Philip G Anderson, Christine Ott, Jim Perkins, Fiona Brice, Ceeys, Snowdrops, mio fratello Lorenzo Masotto, Daniela Savoldi, Anna Yarbrough, Eleuteria Arena, Cabeki, Glowworm e Luca Longobardi. Hanno composto brani ricchi in spessore emozionale, dai toni evocativi, malinconici, a volte drammatici, a volte positivamente rincuoranti.

Un viaggio in un luogo ricco di storia e di storie, giusto?

Sì, rappresenta un viaggio in musica, sulle onde di una palette musicale stratificata e avvolgente. Si rivela come un’invocazione, in un linguaggio universale e noto, che scopre la sensibilità umana, l’empatia, il bisogno a volte sopito di commuoversi, di stringersi, di avvicinarci: ne è metafora quel mare di mezzo catalizzatore di culture e diversità, che può unire invece di dividere. Con la musica «Mediterraneo» vuole coronare la bellezza di un mare sentito come mezzo per avvicinarsi e riconoscersi: un tributo a un mare che soffre, teatro di drammi umani ed ecologici. Tutti i proventi ricavati dal progetto verranno devoluti a due associazioni italiane impegnate nel Mediterraneo, sia sul versante ecologico (MareVivo Onlus) che su quello umanitario (Mediterranea, Saving Humans).

Il brano «Our house is on fire» è molto drammatico: da dove ha preso ispirazione?

Era da un po’ che avevo in testa una melodia, ogni tanto mi trovavo a suonarla ma ancora non sapevo bene come svilupparla. Un giorno ho sentito un discorso di Greta Thunberg e la sua voce rimbalzava ovunque. Ero sconvolta. Diceva parole così forti e dirette che una frase mi restò dentro. Era «Our house is on fire», la nostra casa è in fiamme. Ho preso in mano il violino, ho collegato un effetto che elettrifica e distorce il suono e ho sviluppato la melodia. L’ho incisa e pubblicata subito.

Cosa significa essere donna, italiana e musicista all'estero?

Essere donna significa lottare sempre un po’ di più rispetto agli uomini, soprattutto in un settore come la musica dove le donne non sono mai state considerate nella storia o molto poco. Invece essere una musicista italiana è un ottimo biglietto da vista perché il mondo intero sa che gli italiani nelle arti sono molto abili e sensibili.

Ma poi esistono i generi nella musica che lei propone? Cioè, a occhi chiusi riesce a capire se un violinista è uomo o donna?

Non mi piace dividere la musica in generi ma mi rendo conto che servono all’ascoltatore per capire dove orientarsi, anche se a volte è bello perdere l’orientamento e lasciarsi sorprendere - e non solo in ambito musicale, ma anche nella vita. Il mio genere possiamo chiamarlo modern-classical o neo-classical; una nuova classica ma non classica contemporanea. E faticherei a distinguere un uomo o una donna da come suonano. Ma ognuno ha una sua sensibilità, ed è indipendente dal genere.

Da quanto tempo studia violino? Questo strumento ha modificato il suo corpo e il suo modo di pensare?

Ho iniziato a cinque anni, convinta che sarebbe stato il mio strumento della vita. Volevo assolutamente suonare come i grandi violinisti che sentivo sui dischi e non ho più smesso di studiare. Il mal di schiena fa parte del gioco: la postura per suonare non è una posizione naturale, quindi nel tempo può causare dolori e spostamenti delle vertebre. Ma suonare fa bene al cuore e alla vita: tutto si può sopportare. Anche le tendiniti possono manifestarsi nei momenti di stress. In una lunga tournée, ogni sera sentivo dei coltelli che affondavano nei tendini. Il corpo non è una macchina. E sì, il mio modo di pensare credo sia proprio diventato musicale. Ho un modo di ascoltare il mondo diverso da chi non concentra la vita sul suono. Sono molto attenta alle mie mani: non ho mai fatto sport che le mettessero a rischio. Solo yoga e nuoto sono sicuri per me.

Giulio Brusati
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