18 agosto 2019

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18.05.2019

Interviste

«Europa debole, ecco perché»

Una Europa debole fa comodo se non a tutti, comunque a molti. A chi? E perché? A una settimana dalle elezioni europee, ci aiuta a capire lo scenario geopolitico in cui ci muoviamo e che ci aspetta per i prossimi cinque anni, Dario Fabbri, analista geopolitico e giornalista, consigliere scientifico e coordinatore per l'America di Limes.

 

Fabbri, si va al voto per l’Europa ma tutti hanno una idea diversa di cosa deve diventare nel prossimo futuro, tra sostenitori degli Stati Uniti europei e sovranisti nazionalisti. Ventotto Paesi, ventotto idee diverse?

L’Europa non se la passa benissimo in questo momento: si discute del suo futuro, ma non esiste una idea di Europa che appartenga a tutti gli Stati membri. L’idea di Europa che hanno i polacchi non è quella che hanno gli spagnoli. Per esempio il nemico della Polonia è la Russia, per l’Italia la Russia non è un nemico per nulla. Prima di immaginare una Europa coesa al suo interno o al suo esterno, si deve stabilire che rapporto deve avere con gli Stati Uniti che oggi sono ostili a una maggiore integrazione europea, da Trump a Bannon che viene in Europa a diffondere il verbo nazionalista.

Ci aspettano cinque anni complicati a livello di Europa?

Sì, non vedo una Europa che possa compattarsi attorno a qualcosa. A meno di due fattori: che la Germania diventi finalmente perno cosciente dell’Europa cominciando a redistribuire ricchezza, accollandosi anche le incongruenze economiche di Paesi come l’Italia. Ma non ha intenzione di farlo. E poi non dovrebbe esserci l’ostilità americana che invece oggi c’è e rilancia i nazionalismi dei fronti sovranisti: tutto questo non porta agli Stati Uniti d’Europa. Quindi temo che l’Europa nei prossimi anni invece di andare verso una maggiore omogeneità rischi di disgregarsi con i sovranismi d’Europa. Ma gli stessi sovranisti europei hanno idee molto diverse tra di loro. Spesso pensiamo che l’ideologia possa produrre la politica estera, perché Salvini e i sovranisti polacchi e ungheresi hanno la stessa idea, però poi Orban, grande amico di Salvini, non si prende neppure un migrante dall’Italia; oppure quando l’Italia vuole sforare i parametri di bilancio, l’Austria mette lo stop e la Polonia pure. Queste differenze condizioneranno i prossimi anni molto più di un’idea di Stati Uniti d’Europa che oggi obiettivamente non è alle viste.

Resteremo quindi ancora preda dell’asse franco tedesco?

È un asse che resta al centro dello schieramento ma perderà di potenza perché esiste l’Europa centrorientale che ha come interlocutore la Germania e non la Francia. Quindi rivolgerei l’attenzione a questi Paesi come punto dirimente: sono i Paesi preferiti dagli Usa, interlocutori privilegiati in chiave anti russa. A noi sembrano ininfluenti, in realtà hanno grande voce in capitolo. Da quando l’Ungheria è così fondamentale nelle dinamiche europee? Non ha alcuna ragione, però spesso è alla ribalta delle cronache, perché è un interlocutore privilegiato degli Stati Uniti.

In questo quadro così problematico e complesso nelle dinamiche geopolitiche si inserisce il tema della Brexit che alcuni parlamentari europei danno ormai per tramontata. Ma sarà davvero così?

Temo di no. Partecipare alle elezioni europee è sicuramente una beffa per gli inglesi, però rimane il loro tentativo di rinsaldare le frontiere e tenere chi voleva andar via, in una prospettiva tutta interna. Devono decidere come, ma penso che vorranno lasciare lo stesso l’Unione europea: nei sondaggi il primo partito è quello di Farage che europeista non lo è proprio.

Emerge l’immagine di un’Europa che difficilmente avrà un ruolo da protagonista: è tirata per la giacchetta dagli Usa che hanno interesse a tenerla debole, dalla Cina che vuole imporre i suoi commerci e dalla Russia...

Proprio così. Noi tendiamo a valutare l’Europa come soggetto geopolitico e in realtà è soprattutto un oggetto geopolitico, terreno di scontro tra le grandi potenze. Ricorda l’Italia del Rinascimento, era il Paese più ricco e importante nel mondo ma era imbelle sul piano geopolitico, ma per dominare il continente bisognava dominare l’Italia e quindi le grandi potenze venivano a combattere qui. Oggi combattono sul terreno europeo: per esempio la Cina pensa di insidiare gli Usa portando in Europa la Via della Seta, la Russia si gioca le sue chance di sopravvivere in Ucraina. L’Europa è un oggetto di scontro. E la Germania unica potenza autoctona che potrebbe dire la sua in un contesto globale, oggi non è pronta ad assumere questo ruolo.

Ma gli Usa, al cui attenzione sembra spostarsi più verso il pacifico che verso l’Atlantico, ci hanno messo uno stop molto secco quando abbiamo provato ad aprire rapporti commerciali con la Cina...

Vero, gli americani guardano meno all’Europa perché gli fa comodo, ma quando vedono che la Cina si inserisce, si ricordano del nostro Continente, si rifanno vivi, tornano a parlare di alleanze, fedeltà, pericolosità. Addirittura ci chiedono un rallentamento del progresso tecnologico, che è davvero incredibile. È vero che il 5G cinese costa meno, è più all’avanguardia e si fa più velocemente, però aspettate, non prendetelo, perché è cinese. Aspettate qualche anno che lo producano gli europei o gli americani.

E inseriscono il pericolo dello spionaggio cinese...

Che è quello che a loro interessa di più. Come se loro non ci spiassero attraverso i social network e reti di intercettazioni di comunicazioni.

Con una Europa così debole, allora chi controlla la situazione del Mediterraneo? A chi lo deleghiamo?

Non lo controlliamo, abbiamo terrore del Mediterraneo mentre una volta era la nostra forza. Ci affidiamo a ciò che fanno gli altri: americani, cinesi ormai inseriti in tutto il Nordafrica e non da ultimo i paesi regionali come turchi, qatarini, emiratini, egiziani, sauditi. Le nostre capacità di manovra sono molto limitate, lo stiamo scoprendo in questi giorni sul fronte Libia con la questione Haftar. Spesso ci troviamo in posizioni minoritarie come ora in Libia, che è strategica per l’approvvigionamento energetico.

Questa debolezza dell’Europa può essere un rischio nei prossimi 5 anni, per la tenuta dell’euro?

Sì, senza dubbio. Non credo che l’euro scompaia nei prossimi 5 anni, però se andiamo verso una nuova recessione globale, che rischia di esserci, emergono tutte le debolezze dell’euro e rischia di soffrire molto. Non è un mistero che negli Stati Uniti immaginano l’Italia fuori dall’euro e non ne sarebbero sconvolti. Disgregare il fronte europeo farebbe piacere anche alla Russia. Ma che a noi lasciare l’euro convenga è tutto da dimostrare. Non mi pare una buona avventura.

Maurizio Battista
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