22 settembre 2020

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30.06.2020

Interviste

AMARANTO

«Dal cuore alla mia chitarra tutti i colori della musica»

La chitarra di Giada Ferrarin ha accompagnato musiche diverse, lungo questi ultimi anni. La chitarrista veronese, classe '92, diplomata al Cpm di Milano e laureata in design della comunicazione al Politecnico, ha studiato con Peo Alfonsi e ha suonato con le Soulful Ladies, in duo acustico con Carolina Della Villa Silva, nelle Holograms, una band anni '80 tutta al femminile, nel trio acustico Queen Elizabeth, nella big band Pink Tank, con Arianna Puddu e con Gabri Morelli, e poi nell'Ilaria Tengatini Project. Di recente ha inciso con i Kinamooo, cioè Max Tozzi e Mimmo Impiombato. E ora, dopo aver vinto il premio Arte d'Amore, esordisce come solista con il nome di Amaranto e il singolo «Paracadute» su etichetta Freecom.

Giada, quand'è stata la prima volta che ha preso in mano una chitarra? E la prima canzone completa che ha imparato a suonare?

La prima volta la chitarra era più alta di me ed era il regalo che mio bisnonno fece a mia madre. Nessuno in famiglia la sapeva suonare e quindi ho pensato fosse il mio turno! La prima canzone che ricordo di aver imparato dall'inizio alla fine è stata «Stairway to Heaven» dei Led Zeppelin (accordi e assolo che canto ancora a squarciagola, quando mi capita di sentirla). «Led Zeppelin IV» è il primo disco che ho comprato e mi ha fatto innamorare della chitarra. Sta ancora nel mio scaffale, tutto consumato.

Mentre la sua chitarra piange delicatamente, lei che fa? Ha mai pianto, suonandola?

Ah, una citazione dei Beatles! Senza quel pezzo di legno con le corde non avrei nemmeno la metà dei ricordi belli e brutti che mi porto dentro. Ho pianto di felicità, di delusione, di tristezza, moltissime volte. Una volta a concerto mi emoziono, dipende da cosa sto suonando, da cosa mi trasmette la canzone e da chi ho davanti.

Possiamo dire che la musica le abbia regalato (il) movimento? Da cosa l'ha allontanata? E a cosa l'ha avvicinata?

La musica è il motivo per cui mi muovo: ho sempre creduto e credo tutt'ora che ci sia una motivazione per cui determinate cose accadono e che non sia una coincidenza trovarsi in un luogo, incontrare una persona, doversi mettere in gioco in un momento particolare della propria vita. La musica che scrivo mi aiuta a mettere a fuoco queste cose. In passato mi ha allontanato dalla negatività e dall'abitudine a non farsi mai domande; ora mi avvicina sempre di più a quello che vorrei essere.

Tra le braccia di un uomo (Jimi Hendrix, Keith Richards...) la chitarra elettrica è molto sexy e ha la forma di una donna. E tra le braccia di una donna?

Tra le braccia di una donna è un modo per emanciparsi, il diritto di voto nella musica. Una donna che se ne intende di pedali per chitarra e che sa la differenza tra un humbucker e un single coil (due diversi tipi di pick-up, elemento fondamentale per l'amplificazione della chitarra, ndr) è ancora anomala in questo ambiente, veramente maschilista. Non sto facendo la vittima, anzi! Penso alle chitarriste che seguo: hanno veramente una marcia in più! Dobbiamo essere noi donne a pensarci alla pari di un uomo e ad avere sempre la forza di migliorarci. A quel punto tutti ci considereranno tali.

Lei pensa che sia più sexy, come modo di suonare, il chitarrista americano John Mayer o la chitarrista serba Ana Popovic?

Se chiudessi gli occhi, penso scambierei John per una donna e Ana per un uomo. La scelta timbrica sulla chitarra è decisamente diversa, anche se entrambi prediligono la Fender Stratocaster e il modo di eseguire i bending penso sia veramente molto personale in entrambi i casi.

E tra le sue braccia la chitarra elettrica cos'è?

È la mia protezione. Non sono mai stata la chitarrista da assolo alla Slash o alla Jimi Hendrix, mi agito tantissimo e lei diventa il mio scudo.

E la chitarra acustica?

Ho solo una chitarra acustica che maltratto da un po' di anni, mi sono appassionata al fingerpicking e poi al flatpicking e ogni tanto mi rituffo in queste tecniche.

Lei canta di «aver coscienza di dov'è il confine»: nella sua mente, dove finisce lei e dove inizia la sua chitarra?

Potrei citare Fabrizio De André se non avessi paura di scivolare nella retorica. Non c'è questo confine, non ci sono pause, non si timbra il cartellino. Mi ritrovo di notte a trascrivere canzoni, di giorno con giovani musicisti che studiano e si innamorano della musica, e mi ritrovo magari la sera davanti a persone sconosciute a cui spero rimanga anche solo una parola di quelle che dico o una nota di quelle che suono. Sono una persona fortunata.

Lei suona «Here, there and everywhere» dei Beatles: rispetto a «Yesterday» la ritiene superiore come costruzione melodica e armonica?

Adoro i Beatles e non penso si possa fare una comparazione tra una e l'altra; sono entrambe bellissime poesie in musica. Se entriamo nella parte tecnica forse «Here...» è meno easy listening a livello armonico rispetto a «Yesterday» (anche se pure quella non scherza). La cosa che mi sconvolge nei Beatles è il modo con cui elementi difficili vengono trasmessi con semplicità disarmante.

Immagini di usare una macchina del tempo e tornare al novembre 1936, prima session di Robert Johnson: cosa gli chiede?

Gli chiederei se veramente ha stretto il famoso patto con il diavolo al «crossroads» e suonerei qualche classico blues con lui che li ha inventati.

Poi viene proiettata a giugno 1966 alle session finali di «Revolver» dei Beatles: che fa? Cosa chiederebbe a Paul McCartney?

Mi metterei in regia e osserverei la produzione e le scelte di arrangiamento. Paul lo abbraccerei e lo ringrazierei semplicemente (conoscendomi, non riuscirei a parlare molto).

E infine torna a dicembre 1975, in studio con Pat Metheny a registrare «Bright size life»: cosa vorrebbe fare?

Metheny è IL chitarrista. Lo ascolterei in religioso silenzio. Poi, se trovassi il coraggio, gli chiederei di provare la sua chitarra (magari per osmosi rimane qualcosa).

Potesse scegliere un produttore nordamericano o inglese, con un budget illimitato, per produrre la sua musica, chi vorrebbe?

Deve proprio parlare inglese? Io adoro Saverio Lanza. Se proprio devo, mi «accontenterei» (si fa per dire) di Rick Rubin.

«Le tasche vuote, il cuore a pezzi e niente più» è un verso di Massimo Bubola: inventi il seguito e dia il titolo a una possibile canzone.

«Nelle mie mani non ho più sassi ma solo i segni». Titolo della canzone: «Il passato non ritorna». Dirige l'orchestra il maestro: ... Canta: Amaranto.

Ah, già: perché Amaranto?

Amaranto è il nome della mia prima chitarra, a metà tra il colore del vino che fa mio padre e quello dei capelli di mia madre. La passione vivida per questo strumento mi porta ad esprimermi con sei corde. Ma Amaranto è anche il colore che identifica per me tutte le emozioni forti che provo: amore, rabbia, felicità e dolore.

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