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12.05.2019

Autonoma e connessa È l’auto che non si guida

La guida autonoma, grazie all’intelligenza artificiale, in futuro cambierà il nostro modo di viaggiare in automobile
La guida autonoma, grazie all’intelligenza artificiale, in futuro cambierà il nostro modo di viaggiare in automobile

¬ Sempre più automatizzate e robotizzate, le auto del futuro più che un semplice mezzo di trasporto, diventeranno un po’ come una seconda casa, un posto dove rilassarsi o lavorare, mentre l’auto si guida da sola e il guidatore diventa passeggero. È l’idea a cui stanno lavorando i ricercatori del Fraunhofer Institute for Industrial Engineering Iao e altri partner industriali, per realizzare un prototipo. Con i veicoli che curvano, accelerano e frenano in totale autonomia, il guidatore avrà il tempo di ammirare l’ambiente in modo diverso dal parabrezza o dai finestrini o di mettersi a guardare un film, con l’interno dell’auto che si trasforma in ufficio o salotto. Sebastian Stegmuller, coordinatore del gruppo di ricerca, sta lavorando alle auto autonome del futuro. «Un’idea potrebbe essere quella di immaginare servizi che, attraverso l’intelligenza artificiale, trasformino il parabrezza in uno schermo multifunzionale, dove per esempio comprare i biglietti per uno spettacolo, mentre si va a guardarlo, o imparare un’altra lingua». La tecnologia e l’intelligenza artificiale vengono usate anche per migliorare la sicurezza delle auto, e in particolare i crash-test, fatti finora con manichini. Per renderli più efficienti, si stanno usando dei modelli di corpo umano virtuale, che simulano il comportamento difensivo che ha una persona prima dell’incidente, come irrigidire i muscoli e aggrapparsi al volante mentre si tiene il piede sul freno. Ciò porterà a ridisegnare l’interno del veicolo e rivedere cinture di sicurezza ed airbag. Il futuro ci riserva quindi auto a guida totalmente autonoma e anche iperconnesse. In sostanza, al volante saremo sempre rintracciabili e tracciabili. Un universo senza privacy, per qualcuno una prospettiva da incubo. In realtà, il 60% degli automobilisti italiani si dice già oggi pronto a condividere i dati relativi all’utilizzo del veicolo che guida, ma non del proprio telefonino, e solo se questo sacrificio può portare vantaggi alla propria sicurezza. È il dato più significativo che emerge dalla ricerca «L’auto connessa vista da chi guida. Il ruolo e i rischi dei dati nell’industria dell'auto», effettuata da Aniasa in collaborazione con Bain&Company, presentato a Milano. I servizi per cui viene accettato un monitoraggio esterno sono quelli che «possano aumentare la sicurezza personale e dell’auto, come la localizzazione in caso di emergenza o furto, la diagnostica da remoto e la manutenzione predittiva». Non si tratta di una rinuncia a cuor leggero perché «persistono timori su possibili accessi ai dati, violazioni della privacy o hackeraggio del veicolo». Nei prossimi 3-4 anni saranno consegnati 125 milioni di auto connesse. Nel 2017 il mercato relativo a questa tecnologia valeva più di 60 miliardi di euro a livello globale, con una previsione di crescita del 260% in otto anni. I numeri, quindi, sono importanti. L’indagine, basata su un campione rappresentativo di 1.200 automobilisti, evidenzia come l’interesse sul tema connessione stia crescendo. Il 29% guida già un’auto connessa, con dispositivi in grado di scambiare informazioni con altri sistemi (non il solo Bluetooth). Il 59% dichiara di non averla ancora, ma intende dotarsene; solo il 12% sostiene di non volerla. Per quel che riguarda i benefici per la sicurezza attesi dall’utilizzo di sistemi telematici, gli intervistati hanno risposto indicando la localizzazione in caso di emergenza e in caso di furto (14%), la navigazione evoluta (11%), la connettività con strade «smart» (11%). In generale - conclude il report - gli automobilisti si dimostrano pragmatici e sono ben disposti a condividere dati che portino benefici pratici, come l’assistenza stradale, la manutenzione predittiva, la riduzione dei premi assicurativi, la diagnostica remota del veicolo. In tutti questi casi un 50% è «abbastanza disposto» e un 20-30% è «molto disposto» alla condivisione. Il discorso cambia quando si tratta dei dati afferenti la sfera personale, come quelli di telefono o i dettagli dell’infotainment. Ben 7 su 10 ritengono che la legislazione attuale non sia sufficiente a tutelare la privacy dei consumatori.

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