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La Posta

07.04.2020

Non più sagre né maratone
nella Verona del dopo virus

La Posta della Olga
La Posta della Olga

Da qualche tempo “La Gronda“, il giornalino del Birba che veniva distribuito nei baretti - scrive la Olga - ce lo portano a casa. Sull'ultimo numero c'è un interessante articolo del filosofo-sociologo-psicologo Strusa il quale, ricalcando un po' quello che dicono i suoi colleghi, sostanzialmente sostiene che dopo la fine del contagio, ritorneremo indietro di sessant'anni: alla Lambretta, alla Vespa, a Marilyn Monroe, a Ben Hur, ai Beatles e a Yuri Gagarin. Il mio Gino è contento perché non ha mai avuto né una Lambretta né una Vespa e finalmente potremo imitare Gregory Peck e Audrey Hepburn in “Vacanze Romane“ ma scorrazzando per San Zen perché il mondo si sarà molto ristretto. Il lavoro sarà smart (agile) e lo si svolgerà a domicilio. Il Vacamòra avrà qualche problema a girare per casa col trattore ma ci si abituerà. Le città non saranno più quelle che erano prima. Verona, per esempio, non avrà più né maratone né sagre mentre le fiere saranno in strìming. Il turismo ripartirà da zero, cioè da quando i primi giapponesi venivano a fotografarci le vetrine dei negozi per poi riprodurre il made in Italy a casa loro. Non potendo e non volendo rinunciare agli spettacoli in Arena, questi saranno possibili solo mantenendo le distanze tra gli spettatori, al massimo uno per gradone. Non ci saranno più le gite di gruppo, la parola comitiva non avrà più senso. Sui pullman potranno viaggiare al massimo quattro persone più l'autista, e con la testa fuori dai finestrini per evitare di scambiarsi eventuali virus. Le vacanze torneranno a chiamarsi “villeggiatura“, e si faranno vicino a casa, sul lago o a Boscocesanóva: mi viene in mente la corriera celestina che rampegava su per i tornanti portando i villegianti. «No andàr massa indrìo - mi dice il mio Gino - senò te vièn le nostalgie e te ghe fè un piantìn». «Tàsi - gli dico - che i pianti li sto fazéndo a védar a che passi sémo ridóti, serà su in casa, paréndome impossibile quel che sta sucedendo, co' la gente tuta mascarà, co' le finestre vèrte su 'na cità deserta e co' la sperànsa che vègna sera sensa èssarse malà». Contiamo i giorni ma non sappiamo quanti ne dovranno passare prima della fine dell'incubo. E intanto la primavera se ne va senza averla goduta. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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