16 dicembre 2019

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La Posta

05.06.2019

La Verona dall’alto
e quella rasoterra

La Posta della Olga
La Posta della Olga

Sono andata con la mia amica Elide - scrive la Olga - a bere un tè in una pasticceria, come le sioréte. Abbiamo fatto i soliti discorsi: come stèto ti, come stàlo to marì, è s-ciopà el caldo, me son cavà le càlse, finalmente ò podù far el cambio de stagión, ò tacà l'aria. «Ma éto visto - mi ha detto - come l'è bela Verona da l'alto? No credo che al mondo ghe sia cità piassè bèla de la nostra». Le ho chiesto se fosse andata in aliante col suo Remigio. «Macché aliante - mi ha risposto - émo guardà el Giro in televisión. Se vedéa l'Arena piena de gente, el dòmo, le toresèle, piassa Bra, piassa Erbe, San Zen. El me Remigio el m'à dito: guarda che se vede anca casa nostra co' le to mudande stese sul pontesèl». Ho risposto alla Elide che Verona dall'alto è uno spettacolo ma che rasoterra mostra un'altra faccia: le buse nelle strade, tranne in quelle dove sono passati i corridori che i l'à lustrà col sidol, l'Arsenale a tòchi, Castèl San Piero che l'è fermo alle ciàcole, le toresèle ancora sensa buso, longo o curto ch'el possa èssar, el filobus che no se sa che fine l'àbia fato. Gran bella città dove però tutto è fermo e la sola cosa che si muove è la lingua degli amministratori che dicono di voler far questo, di voler fare quest'altro e si fanno belli con le cose che già esistono da secoli. «Bisognarìa anca métarghe el capèl al dòmo, visto da l'alto el me paréa strànio così scapelà». Le ho risposto che quello era un altro discorso perché a tanti piace così anche se mi sembra il mio Gino quando il vento gli fa volare via la baréta e resta pelato come i pomoli che ci sono in fondo ai corrimani delle scale dei sióri. «Tuto fermo no - mi ha corretto la Elide - parché l'Àdese el se move». «Ghe vorìa anca che i le fermasse» le ho risposto e ho aggiunto che noi non viviamo nelle immagini della città vista dall'alto ma dobbiamo fare i conti con quella rasoterra piena di problemi che si strapégano da decenni. «Magna quel bignè - ho detto alla Elide - che l'è un pecà lassàrlo lì che co' sto calór el se fiàpa». «No, màgnelo ti - mi ha risposto - èto visto che cul ò fato?». «Se l'è par quela - le ho detto - tra mi e ti no so ci ghe l'àbia più grosso. E allora da buone amiche abbiamo deciso di mangiarne metà per ciascuna. •

Silvino Gonzato
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