22 aprile 2019

Aree Tematiche

CHIUDI
CHIUDI

Chiudi

Tutti gli interventi

10.05.2014

Lumir, dramma
di un senzatetto

Don Carlo Vinco
Don Carlo Vinco

In questi giorni è morto Lumir, una persona “senza fissa dimora”, che per vent’anni ha vissuto sulla strada nella nostra città. Lumir aveva una debolezza. Grande e, per anni, insuperabile. L’alcol. Ha conosciuto l’alcol qui da noi, a Verona. Quando è arrivato, vent’anni fa, non aveva mai bevuto. Aveva allora 24 anni. Un fisico perfetto. Forte, asciutto e scolpito. Aveva sempre lavorato nelle miniere di carbone in Repubblica Ceka (allora, ancora Cecoslovacchia). Veniva da una vita durissima, da cui, come molti, aveva cercato di fuggire per poter creare un futuro ad un bambino che era nato da poco e per il quale sognava una vita diversa dalla miniera. Era forte fisicamente, meno psicologicamente. Gentile, sorridente, educato, sensibile, come sono spesso i ceki, ma fragile. L’ho conosciuto nella Chiesa di San Giorgio, che era appena arrivato. Al figlio ha raccontato che sono stato il primo italiano che ha conosciuto. Forse per questo ha sempre avuto fiducia in me e in me ha creato una immediata simpatia. Una simpatia, per altro, che ha saputo crere in molti, anche nei momenti più distruttivi della sua vita, quando l’alcol lo abbruttiva. Anche nei momenti ultimi, quando il dolore fisico è stato atroce, è riuscito a ispirare simpatia verso quanti, infermieri e operatori, l’ho hanno assistito. Il suo sorriso e la sua cordialità erano sempre spontanei ed immediati. Ricordo che in quelle prime settimane in Italia, gli ho prestato la bicicletta per andare in giro a cercar lavoro. E in bici era andato fin oltre Rovereto per trovare un lavoro nei campi. Quell’autunno ha lavorato alla raccolta delle mele. Poi per un lungo periodo non l’ho più visto. Ci siamo ritrovati un giorno nella chiesa di San Tomaso. Barcollava per il vino, aveva la faccia gonfia, irriconoscibile. Quando mi ha riconosciuto è scoppiato in pianto. In quel pianto mi diceva il suo fallimento, la delusione per la sua fragilità, il bisogno di aiuto. Con gli “Amici di Paolo Favale”, che in quel periodo distribuivano le colazioni ai povericristi come Lumir, in piazza Isolo e poi ai giardini della Giarina, lo abbiamo convinto ad entrare nella Comunità di Emmaus. E’ stato per lui un periodo difficile, ma molto positivo. E’ tornato il Lumir che era, forte, motivato, sorridente. Ma era un clandestino. Il suo ingresso in Italia non era stato regolare e ha dovuto tornare in Repubblica Ceka per sistemare i documenti e predisporre un suo ingresso in Italia che gli permettesse finalmente di poter lavorare. Ma l’alcol spesso non perdona. E aspetta il momento della fragilità e della solitudine per dare l’illusione della forza, della serenità, della pace interiore. Da quando è tornato in Italia, l’alcol è stato per lui l’amico più fedele e quotidiano. In quegli anni Lumir, l’abbiamo conosciuto in tanti a Verona. Con altri povericristi dormiva in una tenda in periferia, durante il giorno è stato per anni nei giardini della Giarina, davanti alle chiese di Veronetta a chiedere l’elemosina. E quando una progressiva neuropatia alle gambe, sempre dovuta all’alcol, gli ha impedito di camminare, si è fermato nel quartiere di Santa Croce, dove la quotidiana elemosina gli permetteva di sopravvivere. La doccia settimanale dai Frati del Barana. Sempre al Barana, qualche volta, in mensa. Per tanto tempo accompagnato da un cane, buono come il suo padrone. Non ha mai rubato, Lumir. Non ha fatto risse. Non era insistente nel chiedere. Sorrideva sempre e comunque a tutti, a chi gli dava qualcosa e a chi lo ignorava. Tante volte l’ho invitato a cambiar vita, tante volte gli abbiamo offerto aiuti per cambiare. La risposta era sempre la stessa “grazie, don Carlo. Quando sarà il momento ti chiedo io”.

E il momento è arrivato due mesi fa. Mi ha fatto chiamare dall’ospedale dove era ricoverato per forti dolori alla schiena. Ho pensato subito ad una complicazione per abuso di alcol. Invece no. I dolori erano causati da una metastasi ossea. Impossibile oramai intervenire in qualsiasi modo. Unica possibilità: calmanti e cure palliative. Il consiglio dei medici era il ricovero all’Hospice oncologico. Ma, si sa, i poveri sono poveri fino alla fine. E Lumir al momento della dimissione dall’ospedale non avendo documenti in regola non ha potuto essere ricoverato in nessuna struttura pubblica, neanche all’Hospice. Neanche per quelle poche settimane di vita, che i medici gli avevano pronosticato. E’ stato accolto in una struttura per disabili con l’aiuto di alcune persone amiche e di una associazione, perché la solidarietà, anche a Verona per fortuna, è più grande delle regole e della burocrazia. La sua sofferenza ha avuto almeno una consolazione. Tramite un amico ceko, siamo riusciti a rintracciare quel figlio per il quale Lumir era partito in cerca di lavoro vent’anni fa e che da anni non sentiva. E quel figlio è venuto subito a Verona per rivedere il padre, riabbracciarlo, per dirgli che, non ostate tutto, il sentimento dell’origine e dell’affetto possono essere più forte di un fallimento, di una debolezza, anche dell’alcol. E Lumir, pur in mezzo ai dolori, ha saputo tornare ancora a sorridere e a ringraziare.
I dolori fisici non l’hanno abbandonato, fino alla fine. Ma, forse, quel dolore interiore che da vent’anni gli aveva fatto amare solo l’alcol, ha lasciato il posto all’affetto per un figlio e alla pace del cuore.

don Carlo Vinco

Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento può comportare il trattamento di dati personali: per maggiori informazioni sulle modalità di trattamento e l’esercizio dei diritti consultare le nostre Informazioni sulla Privacy e l’informativa estesa sui cookie presenti in calce al sito web.

pagine 1 di 1