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10.12.2009

Se la vita
scorre sul treno

Giampaolo Trevisi
Giampaolo Trevisi

È nato uno scrittore. Il suo primo libro (Fogli di via) era bello e poetico, lo è anche il secondo, quindi non è un caso. Dodici racconti, uno per ogni mese dell'anno, da gennaio a dicembre, in una sequenza che compone Un treno di vita. Questo è il titolo del nuovo libro, edito da Gabrielli, di Giampaolo Trevisi, un poliziotto-scrittore (l'opera prima era sottotitolata Racconti di un vicequestore), romano di nascita ma che conosce bene il nord: è in servizio a Verona ormai da 16 anni.
Il titolo fa venire in mente Train de vie, l'espressione francese che sta per tenore di vita, ma su cui giocò in doppiosenso Radu Mihaileanu per il suo bel film del 1998: una favola sugli ebrei di un villaggio polacco che sfuggono ai nazisti imbarcandosi su un treno autogestito, viaggiando attraverso l'Unione Sovietica «fino alla Terra Promessa». Doppiosenso anche nel treno del questurino narratore: è quello dei pendolari, che prende anche lui ogni giorno per andare in ufficio e su cui ha scritto i suoi racconti. Ma è anche il treno di vita per un'umanità dolente che si incontra in ferrovia.
Nei venti ritratti di migranti incontrati all'ufficio immigrazione, la prima raccolta di Trevisi, l'autore già mostrava la sensibilità di intuire l'inafferrabile segreto che ogni storia, ogni persona porta in sè, ponendo il suo punto di vista fuori dal recinto sempre troppo stretto del giudicare, mescolando disincanto e poesia, leggerezza e intuizione profonda. Nel Treno di vita questa cifra si avverte in misura ancor più compiuta e matura.
Questa volta Trevisi diventa l'osservatore-partecipe di quella vita varia, più spesso dolente e ferita, talvolta indurita e chiusa, talvolta bisognosa quanto incapace di chiedere, che si può incontrare in treno. La scelta di questa ambientazione viaggiante, di un paesaggio in movimento, non è casuale: il treno diventa metafora del viaggio esistenziale, e il suo significato non sta tanto nella partenza o nell'arrivo, ma in ciò che sta in mezzo, nel viaggio. Un treno di vita non è solo un insieme di vagoni che trasportano vite, ma anche, più profondamente, l'idea dell'incontro come significato stesso dell'esistenza: l'altro, l'alterità che ciascuno rappresenta, diventa occasione di conoscenza dell'io più sotterraneo che vive in noi.
Così ciascuno di questi racconti è autobiografico nel senso più vero del termine, svela a noi e forse prima a chi scrive, nel momento stesso in cui trasforma sulla carte in parole e pensieri la sua quotidiana esperienza, il mondo più segreto dell'autore. Il primo racconto — con un vecchio che sul treno per il lager vide scomparire il suo amore. una ragazza ebrea — rimanda quasi al Treno di vita cinematografico. C'è poi la ragazza incinta che partorisce in treno e getta nello scarico del water in suo bambino, c'è il suicida che si getta sotto il treno e che nemmeno così ottiene dal mondo un gesto di pietas, c'è l'incontro di sesso, gelido e sterile, tra un uomo e una donna ricchi solo di denaro e poveri d'animo, c'è la prostituta che viene stuprata in un vagone e non può che tacere la violenza, c'è una bomba che fa strage a capodanno.
Ma lo spunto realistico si trasforma in tutti questi racconti attraverso un finale imprevedibile, sempre sospeso tra sogno e fiaba, che talvolta finisce nel grottesco, lasciandoci senza fiato. Si comprende il senso preciso di una colpa, anche solo quella di esserci, parte di questa vita terribile e bellissima che, nella sua contraddizione, genera dolore, colpa sommessa e pure presente, come un'insanabile ferita nella carne.
Il racconto di novembre, intitolato Papà, è forse il più scoperto, quello in cui Trevisi è magari meno scrittore che in altri, nel senso che adotta meno la chiave della trasfigurazione surreale, ma in cui certo mette una sensibilità che ci fa avvertire tutta l'autenticità della sua scrittura. È un distacco, qui, una partenza, a differenza degli altri mesi, in cui è nel viaggio che la storia si svolge: qui il momento colto è invece il fischio del via che allontana il protagonista dal padre e dalla sua amata Roma. È solo un arrivederci, ma Trevisi vi sente probabilmente l'eco di un addio, perché ogni partenza contiene, in piccolo, il gusto amaro del distacco definitivo, e in questa crudeltà è la sua bellezza e il suo male.
«Amo il treno e la stazione e tutto il mondo che le gira intorno….amo tutto questo e odio solo quell'attimo tremendo in cui il treno inizia a partire lentamente», leggiamo. La contraddizione del sentimento, la colpa del sentire questa contraddizione nell'impotenza di scioglierla, la pensosità che pure, caparbia, non rinuncia alla leggerezza, al richiamo della vita: c'è davvero una necessità nella scrittura di Un treno di vita.

Alessandra Galetto
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