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26.11.2009

Risplende
il loggiato
di Santissima Trinità

Il loggiato della chiesa della Santissima Trinità dopo il restauro
Il loggiato della chiesa della Santissima Trinità dopo il restauro

«Camminavo tra i banchi recitando il rosario e verso l'ingresso della chiesa vedevo quel volto di angioletto che pareva affiorare dall'oblio, come per invitarmi a non dimenticare. È stato anche lui a guidare questa decisione». Don Graziello Martinelli, da sette anni parroco della Santissima Trinità, spiega come è partito il restauro della loggia d'ingresso, ormai annerita e illeggibile, e tornata a splendere dopo i lavori partiti in giugno e ora conclusisi, sotto la guida della Soprintendenza, a opera dello studio Daniela Campagnola. Il restauro sarà inaugurato stasera; ci saranno il vescovo Giuseppe Zenti e il soprintendente Fabrizio Pietropoli. Riccardo Bonomi, parrocchiano e studioso, spiegherà la storia della chiesa.
«La parte restaurata è la zona d'ingresso, la loggia cinquecentesca», dice Daniela Campagnola, «un'area quadrangolare dalla quale si dipartono quattro colonne in pietra veronese che sorreggono volte a crociera rifinite con intonachino a marmorino bianco, dipinto con motivi fitormorfi», eleganti rami di fiori e frutta che il restauro ha riportato visibili. «Tutto era annerito e degradato. Abbiamo seguito la filosofia di intervento conservativo dei precedenti restauri all'interno della chiesa, una quindicina d'anni fa. Ora sono valorizzati i frammenti di affresco con immagini femminili (forse Sibille), sulle pareti prospicienti l'aula centrale della chiesa. Nei pennacchi, lo spazio tra un'arcata e l'altra, sono emerse queste figure femminili purtroppo mutile della parte superiore per successive modifiche apportate alla balconata lignea della cantoria. Recuperate anche (erano nascoste sotto l'intonaco) le corniciature con motivi classici, molto raffinati, evidenziando le parti originali e lasciando a neutro le zone mancanti. Abbiamo scoperto la tecnica adottata per riportare il disegno, l'incisione a chiodo: per esempio, per i motivi centrali circolari, è stata praticata un'incisione a compasso, creando la cerchiatura perfetta poi servita all'artista per dipingere a mano libera foglie e frutta».
Festoni di frutta e fiori, alloro, mele e melograni ora abbagliano per la loro eleganza. Difficile, spiega la restauratrice, azzardare un'ipotesi di attribuzione, che è stata tentata allargando l'obiettivo ad altre due chiese veronesi: Santa Maria in Organo e Santi Nazaro e Celso, dove operarono Domenico Brusasorzi e Paolo Farinati. «L'ipotesi», conclude Daniela Campagnola, «vedrebbe all'opera alla Trinità uno o più lavoranti gravitanti attorno a Domenico o al figlio Felice Brusasorzi. Il primo strato di intonaco chiaro potrebbe avvallare l'ipotesi di una datazione posteriore al 1575».

Alessandra Galetto
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