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Mondo Libri

01.03.2010

La Sardegna più aspra e feroce nel "Bastone dei miracoli"

Salvatore Niffoi, scrittore sardo tra i più amati da critica e pubblico. È in libreria «Il bastone dei miracoli»
Salvatore Niffoi, scrittore sardo tra i più amati da critica e pubblico. È in libreria «Il bastone dei miracoli»

Salvatore Niffoi ci ha abituato a romanzi (il titolo più bello è forse La vedova scalza) nei quali, attorno a una vicenda centrale, si aggiungono, si intrecciano, si scambiano significati e spessori tante altre vicende, animate da vari personaggi che evidenziano la vocazione a una narrativa corale. Forse cercando una via che riducesse in qualche modo a unità questa coralità e molteplicità, lo scrittore ha ideato per questo suo ultimo libro (Il bastone dei miracoli, sempre presso Adelphi, pagine 160, euro 18) una struttura particolare.
All'inizio è collocato un prologo in cui Niffoi narratore si traveste da vecchio patriarca barbaricino che, sulle soglie della morte, lascia in eredità ai sei figli sei buste contenenti ciascuna quello che potremmo definire il capitolo di una storia che lui ha inventato, o sognato, o di cui è stato testimone o magari addirittura trasfigurato protagonista o almeno comprimario: chissà! Le sei buste, via via aperte dai sei eredi, sono appunto il romanzo in cui quella molteplicità di cui si diceva sopra trova una sua giustificazione anche «strutturale», se si tiene conto che ciascun capitolo contenuto in ciascuna busta è insieme un racconto a sé e un racconto che si integra negli altri. Così diventano una necessità anziché un ingorgo la varietà dei personaggi e degli eventi, le ripetizioni arricchite da nuove rivelazioni, le sovrapposizioni dei piani temporali incrociati fra oggettività del presente delle narrazione e soggettività della memoria dell'uno o dell'altro personaggio in atto di rievocare.
Ha un bel nome classico, Licurgo, il vecchio che consegna le sei buste a figli e figlie mentre sente la morte vicina (una «buona morte» raccontata con figure umane e animali e interno della casa e paesaggio esterno convocati a scandire il trapasso come un rito che esige gesti e ritmi perfetti); e nomi di eroi ed eroine della classicità greca hanno i sei eredi: Ulisse, Achille, Ercole, Penelope, Antigone, Elena: perché Licurgo, lungo l'arco della propria vita, ha messo al centro dei suoi interessi il tesoro di saggezza e di bellezza – non di ricchezza materiale – che ritiene stia nella grande letteratura, nei poemi di Omero anzitutto. Ecco spiegato il valore non di compiacimento narcisistico ma di preziosa esperienza umana che crede di lasciare ai figli in quelle carte nelle quali anche lui si è esercitato nella scrittura: «Vi domando di passarvi di padre in figlio queste pagine, di conservarle come reliquie e gustarle come il pane e l'acqua quando si ha veramente fame. L'uomo, se non legge e scrive, non è uomo».
E che cosa raccontano queste pagine? Raccontano la storia (la leggenda) di Paulu Anzones, detto Muscadellu per la luce dei suoi occhi simile a quella dei lucidi chicchi d'uva moscata, unica nota di bellezza nel suo fisico infelice, e dell'incredibile percorso della sua vita da un'infanzia di miseria, di violenze e di umiliazioni estreme subite fino ad assumere il ruolo di figura dominante nel paese di Irìchines a prezzo dell'essere divenuto lui artefice di violenze e di delitti, di «troppe morti e di tanti segni» come recita il titolo del racconto contenuto nella terza busta. Muscadellu si è trasformato in creatura perversa che ha travolto l'esistenza di molti altri personaggi, uomini e donne, impossessandosi di un simbolo mitico, un feticcio forse inconsistente ma che, per chi lo possiede, pare garanzia di potere e ricchezza: il Bastone dei Miracoli, smarrito in quel selvaggio angolo della Barbagia da una «divinità luminosa e claudicante venuta dal cielo dopo un grande temporale per mangiare i deboli e lasciare solo i forti».
Il lungo itinerario di vita che percorre Muscadellu col suo Bastone dei Miracoli fino a una conclusione che è insieme di dolore e di riscatto è collocata, sì, per alcuni rapidi accenni, dentro un tempo storico (dagli anni successivi alla grande guerra, al fascismo e al secondo conflitto mondiale e poi a lungo dentro il secondo Novecento fino ad avvicinarsi al nostro presente); ma sulla dimensione del tempo, almeno del tempo storico, domina quella del luogo: l'aspra, feroce Sardegna della regione barbaricina nella quale, nonostante certi segni esterni della modernità, il tempo pare immobile, fermo sempre agli atavici fondamenti del familismo, dei ruoli rigidamente divisi fra maschi e femmine, delle oscure, indominabili pulsioni del sesso, dell'esperienza assidua del sangue e della morte.
Rispetto a tutto questo risulta ancora, come nelle prove precedenti, decisamente funzionale il linguaggio col quale Niffoi racconta il suo mondo: da un lato l'intrusione del lessico dialettale nel corpo della lingua letteraria, dall'altro il barocco (un rastremato barocco) delle immagini: similitudini e metafore nelle quali, nel segno del rifiuto di qualsiasi grazia o eleganza, tutta la natura è chiamata a farsi specchio di passioni e di oscure pulsioni, di rare accensioni di gioia e di lunghe macerazioni nell'angoscia, nella tragedia o in una devastante malinconia.

Giulio Galetto
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