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Mondo Libri

09.02.2010

Giovani da Erri De Luca. «Felice di rispondervi. Dovete estorcere verità»

Lo scrittore Erri De Luca presentato da Giovanni Cerutti al teatro Filippini FOTO BRENZONI
Lo scrittore Erri De Luca presentato da Giovanni Cerutti al teatro Filippini FOTO BRENZONI

Scrivere come spazio personale e riparatore, momento della giornata sottratto alla rapina che il tempo lavorativo impone, azione capace di soddisfare alla necessità di andare contro quella giornata, per contraddirne il peso e forse, con questo, giustificarla. Così Erri De Luca racconta al pubblico che ha riempito ogni spazio del Teatro Filippini (molti in piedi) per ascoltare dallo scrittore napoletano — in questi giorni in vetta alla classifiche di vendita con il suo ultimo lavoro, Il peso della farfalla (Feltrinelli) — il significato della scrittura, lo spazio che questa ha avuto nella sua esistenza.
Ospite del primo incontro della rassegna Free entry-entrata libera, organizzata dall'assessorato alle politiche giovanili del Comune e da Fondazione Aida, Erri De Luca, intervistato da Giovanni Cerutti, neolaureato all'Università di Verona, ha esordito infatti parlando proprio del libro, e raccontando la sua lunga frequentazione con i libri, per dedicare solo più tardi, sollecitato dalle domande del giovane intervistatore, qualche riflessione al suo ultimo breve quanto intenso romanzo. Premettendo anche un'osservazione positiva su questa rassegna.
«In latino ci sono due modi per dire chiedere: querere e petere, e alla gioventù si addice il secondo, petere, cioè il chiedere per avere, per estorcere verità», ha osservato lo scrittore. «È un chiedere che appartiene anche alla mia gioventù, in un tempo in cui la domanda aveva il carattere di un sabotaggio al silenzio dei poteri costituiti. Sono felice dunque che oggi sia un giovane a chiedermi». Poi De Luca racconta a proposito della sua vocazione alla scrittura: «Sono cresciuto in stanze piene di libri: mio padre era un lettore appassionato e la nostra casa era tappezzata di libri. Da bambino ho cominciato a staccare pezzi di quella tappezzeria e a leggerli uno per uno. Sentivo che così acquistavo un sentimento di potenza che mi consentiva di conoscere gli adulti da dentro, stavo zitto per rivolta. Vengo dal secolo scorso, un secolo ingombrante con una storia maggiore che si è insinuata e ha scardinato tante storie personali. Ho vissuto la rivolta e il carcere, e ho visto che lì non c'erano i libri: ma la nostra rivolta ha prodotto quella riforma carceraria che ha consentito ai libri di entrare anche dietro le sbarre. È importante, perché il libro costituisce la più potente forma di evasione in condizioni di clausura. Ecco, io sono uno che ha conosciuto questo valore aggiunto del libro, quello di portarti altrove, che forse oggi non è più considerato così determinante, ma che resta invece fondamentale. Più tardi, quando per 20 anni ho fatto il mestiere di operaio, quando la sera tornavo a casa in metropolitana o in treno, il libro era quel qualcosa che doveva "portarmi", che doveva avere la forza di tenermi avvinto, oltre la stanchezza e la realtà. Questa è la vera domanda di fronte ad un libro: chi porta chi? È il libro che deve portare il lettore, non il lettore il libro. Lo stesso è stato per la scrittura».
Il pubblico ascolta avvinto: forse non solo per quello che Erri De Luca dice, ma anche per come lo dice. Perché anche nella parola orale sa trovare quella vibrazione di necessità e esattezza, quella parsimonia che è quasi religiosa forma di rispetto del verbo che connota la sua scrittura di una cifra così alta e insieme umile. Come in Il peso della farfalla, il racconto della sfida ultima tra un re dei camosci ormai stanco che sente arrivare il suo inverno e un cacciatore, che in giovinezza ha ucciso la madre del camoscio, per scoprire nella fine la pietas di un abbraccio mortale.

Alessandra Galetto
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