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Mondo Libri

08.02.2010

Con Adler la Shoah kafkiana

Kafkiano: una foto giovanile di H.G. Adler (1910-1988)
Kafkiano: una foto giovanile di H.G. Adler (1910-1988)

Bisogna partire dall'affermazione di Adorno secondo cui «dopo Auschwitz non è più possibile scrivere poesia»: un monito che prende alla lettera la definizione di «indicibile» che viene data dell'orrore dell'Olocausto. Primo Levi Se questo è un uomo è, prima che il titolo del suo celebre libro, una breve poesia che al libro fa da epigrafe introduttiva) correggeva l'affermazione di Adorno così: «Dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non su Auschwitz». Un viaggio di Hans Günther Adler (e pare impossibile che un libro come questo abbia dovuto aspettare sessant'anni per essere riscoperto) si oppone ad Adorno, si allinea con Levi, ma allarga più oltre i diritti della poesia perché l'autore italiano concedeva spazio alla parola scritta dopo l'esperienza di Auschwitz in una dimensione di asciutto realismo, in una necessità di rigorosa testimonianza. Adler, invece, scrivendo Un viaggio (a cui non a caso avrebbe voluto dare come sottotitolo Una ballata), parlava, sì, del suo viaggio (della sua vicenda di ebreo deportato da Praga agli inferni diversi e sempre più neri di Theresienstadt, di Auschwitz, di Buchenwald, fino a ritornare, salvato fra tanti sommersi, in una Praga straniata e straniante, un cimitero dopo gli inferni), ma si riservava il diritto di far vivere tutta quella esperienza con le risorse della poesia, della letteratura intesa come parola creativa, insomma con quegli ingredienti che si chiamano fantasia o addirittura fantasticheria, simbolo, immagine surreale, deformazione giocata sul filo sottile che separa ma anche unisce ironia e dramma, accensione colorata e ombra opprimente, freddo ritratto del male e sue oniriche metamorfosi.
Chi è il narratore di questo viaggio-ballata in cui non c'è mai un'indicazione esplicita dei tempi, dei nomi e dei programmi degli aguzzini, delle modalità in cui le vittime sono oggetto dell'orrore, in cui i luoghi sono indicati con nomi di fantasia spesso accennanti, con straziante sarcasmo, a paradisi che mascherano terribili inferni? È un vero figlio di quella Praga che nel magico realismo di Franz Kafka ha il suo ineludibile archetipo. Ascoltiamo, per esempio, questa voce — insieme io narrante singolo e io collettivo, flusso di coscienza che tesse i tanti fili di questa coloratissima ballata — mentre dice: «Siete inseriti in un meccanismo troppo potente. Della sua azione non potreste farvi un'idea nemmeno se evitassero di nascondervi come è fatto e a cosa serve, perché perfino gli accompagnatori che vi hanno preso in consegna come strumenti non sanno nulla». Ci afferra l'idea che in questo Viaggio di Adler Il processo di Kafka riveli una sua rabbrividente valenza di allucinata profezia della Shoah. E bisognerebbe proseguire con tante altre citazioni per far sentire, nella complessa tessitura di questo libro, il calarsi di un amarissimo e ben ebraico retroterra esistenziale (esilio, rifiuto, vittime immotivate di oscuri carnefici) nella parola poetica che bazzica con gli universi della favola, dell'incubo, del sogno, dell'inconscio. Insomma, siamo in presenza dell'opera (diciamolo, non facile) di un praghese ben addentro nei segreti letterari del Novecento, che racconta la Shoah come non l'avevamo mai sentita raccontare.
Hans Günther Adler nasce nel 1910 a Praga da una famiglia ebrea di lingua tedesca. Il sentimento della duplicità della propria identità, ceca e tedesca, è acuito quando, adolescente, si trasferisce a studiare in Germania, dove il suo essere un ceco parlante tedesco gli pare una condanna come, a Praga, lo era essere di lingua tedesca e quindi troppo poco ceco. Nella seconda metà degli anni Trenta nubi minacciose si addensano sull'Europa, sulla sorte della Cecoslovacchia dopo l'annessione dell'Austria alla Germania e, soprattutto, sugli ebrei.
Adler, che ha compiuto studi di carattere letterario, ma con interessi estesi alla musica e all'arte (la sua tesi di laurea verte su Klopstock e la musica), nel 1941 sposa Gertrud Klepetar e nel 1942, con la moglie e la famiglia di lei, pure ebrea, viene deportato a Theresienstadt. Il funzionario che presiedeva alle deportazioni in Boemia, braccio destro del famigerato Adolf Eichmann, si chiamava Hans Günther: da allora Adler non avrebbe più usato i suoi due nomi e si sarebbe sempre firmato con le soli iniziali H. G. seguite dal cognome Adler.
A Theresienstadt muore il suocero e una zia che aveva seguito la famiglia; nel 1944 c'è il trasferimento suo, di Gertrud e della suocera ad Auschwitz. Getrud segue la madre selezionata fra i destinati all'eliminazione immediata, mentre H.G. viene trasferito da Auschwitz a un sottocampo di Buchenwald.

Giulio Galetto
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