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Mondo Libri

02.03.2010

Anni Settanta, una città perduta ritorna nell'album dei ricordi

 Multa in piazza Vescovado nel 1979, quando i vigili si dicevano urbani e portavano lo stemma comunale
Multa in piazza Vescovado nel 1979, quando i vigili si dicevano urbani e portavano lo stemma comunale

Il libro Rewind - Racconti veronesi appena pubblicato per le Edizioni dell'Aurora e la mostra aperta fino al 17 marzo nella galleria fotografica Fnac in via Cappello confermano l'importanza del lavoro svolto negli anni dai fratelli Enzo & Raffaello Bassotto, proprio perché ci riportano quasi all'inizio della loro attività fotografica e ci mostrano una Verona irrimediabilmente perduta, per lo scorrere inevitabile del tempo, che cancella le persone e trasforma le cose.
La forza della fotografia, nell'epoca del trionfo dello streaming televisivivo, ossia del fluire ininterrotto di immagini e suoni che dal piccolo schermo inondano gli spazi privati, è quella di fermare il flusso magmatico e indistinto, congelando singoli frammenti per consegnarli per tal via a una ri/lettura meno frenetica e più ponderata. E quando il frame-stop, il ferma immagine, ha la forza di immortalare l'attimo fuggente, concentrando nella fotografia una stratificazione di significati, che la rende simile più al cinema e alla poesia che alla televisione, ecco che gli scatti si trasformano in icone che riassumono in sé il senso di un'epoca. Anche quando sono frutto di più o meno palesi falsificazioni.
Così nella memoria collettiva la Guerra civile di Spagna diventa il miliziano che cade (falso) di Robert Capa, la vittoria degli Stati Uniti sul Giappone nella seconda guerra mondiale è l'innalzamento della bandiera a Okinawa (falso), mentre quella del Vietnam è il vietcong ucciso da un ufficiale sudvietnamita con un colpo in testa o la bambina bruciata dal napalm che corre urlante e piangente incontro all'obiettivo.
Nel libro - e probabilmente in tutta la produzione - dei Bassotto non c'è uno scatto «icona» su Verona, anche se molti ci si avvicinano, tuttavia l'insieme della loro colossale documentazione, tanto per gli archivi del Comune, al servizio del governo cittadino giorno per giorno, quanto per la loro personale ricerca sul territorio, offre una testimonianza sulla Verona degli ultimi decenni del ventesimo secolo e di questo primo del nuovo millennio che non ha paragoni. Un corpus unitario che non ha pari in altre realtà italiane e riporta da un lato alle origini stesse della fotografia nella nostra città, a quei Lotze, il padre Moritz e il figlio Richard, che giustamente, sia pur con ritardo, gli Scavi Scaligeri onorano nel doppio centenario della nascita del primo e della morte del secondo, che in mezzo secolo «costruirono» e diffusero in tutto il mondo l'immagine fotografica della Verona ottocentesca, dall'altro a esperienze oggi considerate pilastri irrinunciabili della storia della fotografia come quelle di Eugène Atget o Willy Ronis a Parigi, ossia un'intera vita artistica dedicata sempre a quello straordinario e continuamente cangiante soggetto che è la propria città.
I Bassotto hanno fatto questo. Sono i Lotze, gli Atget, i Ronis di Verona. Il meglio di questo Rewind (nome del tasto che indica il ritorno all'indietro nei lettori visivi, digitali o analogici che siano) è la restituzione di un passato trascorso, perduto ma non cancellato. Grazie a loro.
Il loro guardare al passato, nel momento in cui si avvia diventare storia, non è una semplice operazione nostalgia, ma un invito alla riflessione sull'oggi . La memoria di ciò che collettivamente siamo stati, catturata nelle fotografie, sembra interrogarci sul senso della trasformazione di cui siamo stati protagonisti o che abbiamo subito. E sul futuro che ci aspetta.
Verona, tanto quella monumentale, quanto quella periferica - tante volte esplorata nel loro lavoro, capace di cogliere il« bello del brutto», in quella poetica del vuoto, dell'assenza, del nulla che ha ispirato tanti loro desolati paesaggi urbani - resta in queste immagini quasi sempre sullo sfondo. Ci sono invece le persone. I lavoratori di professioni tanto trasformate da risultare quasi irriconoscibili, i panificatori di via Stella, il benzinaio dell'officina garage di via San Cristoforo, i musicanti che suonavano in piazza, gli osti del Cristo di piazzetta Pescheria, il duplicatore di chiavi e il rottamaio dell'Interrato dell'Acqua morta, il meccanico di Santa Lucia, il venditore di biglietti della Lotteria e la maschera del cinema Marconi di via Mazzini, el moléta di piazza Santa Toscana e via via tanti altri. E chi si diverte, bimbi in bici, giocatori di briscola, improbabili concorrenti di una sfida a chi corre più veloce, avventori delle osterie... E militanti di politiche sprofondate nei meandri della storia.
Soprattutto, però, ci sono le strade. A vedere queste fotografie in bianco e nero anni Settanta dei Bassotto ci si rende conto che quel che è andato smarrito di quella Verona è la vita che si svolgeva sui selciati delle piazze, sui marmi dei marciapiedi o sull'asfalto dei borghi. Oggi non ci sono più bambini che giocano nelle vie. Non potrebbero. Troppi rischi. E anche troppi divieti. Per loro, come per tutti. G.B.

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