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L'intervista

Raphael si ritira a 44 anni dopo una carriera da campione: «Ho avuto più di quel che sperassi»

di Marzio Perbellini
Raphael de Oliveira, detto Rapha o anche solo Raphel, il capitano carioca di Verona Volley, saluta la pallavolo
Rapahael con Stefano Fanini
Rapahael con Stefano Fanini
Rapahael con Stefano Fanini
Rapahael con Stefano Fanini

Una vita in campo, 30 anni di pallavolo e una bacheca stracolma di trofei ottenuti con la nazionale verdeoro e con i club tra l’Italia, il Brasile, la Russia e la Turchia con un solo rammarico: non aver giocato alle Olimpiadi per colpa degli unici due infortuni patiti in carriera. Raphael de Oliveira, detto Rapha o anche solo Raphel, il capitano carioca di Verona Volley, a giungo compirà 44 anni (il più longevo che abbia mai calcato il taraflex della serie A1) ha deciso di chiudere la carriera. Tornerà a casa, a Santa Catarina, ma non è un addio, assicura. È un arrivederci. Il sogno è di tornare e vestire i panni del dirigente.


A Modena tanta commozione, occhi lucidi e i compagni che ti abbracciavano. La sensazione era proprio quella di un addio. La tua ultima partita?
Sì, ho preso questa decisione con la famiglia e ho deciso di smettere di giocare. Il mese prossimo compio 44 anni e 30 di questi li ho dedicati alla pallavolo. Ora è il momento di pensare alla famiglia.
Torni in Brasile?
Sì, appena i bambini finiranno la scuola, a luglio. Torno per motivi familiari. E poi sicuramente continuerò questa meravigliosa avventura con il Verona Volley. 
Un futuro da dirigente?
Non lo so ancora. Io sono al cento per cento a disposizione per aiutare nel ruolo che decideranno. Per me andrà bene. Qui ho trascorso due anni molto intensi, ho dato tutto quello che avevo per questa società, che è seria e ha ambizioni enormi. Sono molto contento di averne fatto parte. Continuare come dirigente sarebbe stupendo.

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Tra un mese compirai 44 anni. Il record di longevità in campo, ma fisico e spirito sono ancora quelli di un ragazzino
Penso di essere stato il giocatore più vecchio di A1 di tutti i tempi. Un orgoglio enorme per me e anche la rappresentazione migliore di cosa significhi per me la pallavolo. È tutta la mia vita. 
Hai iniziato a giocare a 13 anni.
Abitavo a Rio e sono andato a fare un provino a San Paolo: c’erano più di 5.000 ragazzini a contendersi un posto e ci hanno preso in cinque. Lì è iniziata la mia vita nella pallavolo. Sono 30 anni di amore intenso per questo sport.
Hai mai fatto un calcolo di quante partite puoi aver fatto nella tua carriera?
Una volta ci ho provato, quattro anni fa ho fatto il conto e avevo superato le duemila partite. So che ho giocato in totale più di cento play off. Io davvero voglio ringraziare Dio per avermi dato la possibilità di vivere questa vita e vivere questi momenti. Ho avuto molto di più di quello che sognavo. Se penso a quando avevo 13 anni il mio sogno era soltanto quello di poter essere in mezzo alla pallavolo.
Il provino per quale squadra? 
Per il Banespa del San Paolo. Oggi è una squadra che si chiama Sesi, di media classifica, ma è stata la più forte e l’unica in Brasile che dava ai giovani la possibilità di avere una casa, andare a scuola e fare sport. Per quello il provino era così difficile, c’erano ragazzi da tutto il Brasile.
Hai lasciato la tua famiglia e quella è diventata la tua casa?
Proprio così. Ho fatto nove anni in quella società. Lì ho fatto tutto il percorso da under 13 fino al professionismo. Per me un grande orgoglio. 
Come era la tua famiglia?
La mia è una famiglia normale, mia mamma un’insegnante, mio papà un ingegnere. Nessun sportivo in casa. Non eravamo poveri, poveri, ce la cavavamo. Ho chiesto io ai miei genitori, come regalo di Natale, di portarmi a San Paolo a fare questo provino.
La tua passione per il volley come è nata?
Nel ‘92 il Brasile per la prima volta ha vinto l’oro olimpico nel volley. E quando li ho visti in televisione ho detto “mamma mia, voglio fare questo nella vita. Questo è lo sport che fa per me“. Mi ha appassionato l’idea che fosse uno sport collettivo, dove il gioco di ognuno dipendeva da quello dell’altro. L’unico con questa caratteristica. Da lì, dal ‘92, ho iniziato a pensare solo al volley e un anno dopo ho fatto il provino.
Un palmares infinito, hai vinto tantissimo. Ti manca una medaglia alle Olimpiadi?
Non potrei mai lamentarmi di quello che non ho avuto. Ho vinto tutto più di una volta. Come giocatore ovviamente volevo ottenere un successo alle Olimpiadi. Sono stato parte di tre cicli olimpici, 2012, 2016, 2020. Per due volte stavo benissimo ma mi sono fatto male e l’ultima volta invece non ero nella mia migliore forma. 
Tra l’altro hai avuto pochissimi infortuni nella tua carriera ...
Gli unici li ho accusati proprio prima di andare ai Giochi, una volta alla caviglia, quella dopo alla schiena. Ma è andata così, non rimpiango nulla. Mi sentivo comunque parte di quel gruppo con il quale mi ero allenato per tanti mesi. In ogni caso, ripeto, non potrei mai, mai lamentarmi e non essere grato. Peccato ma va bene lo stesso.
Tanti ricordi legati alla pallavolo. Se dovessi sceglierne uno?
Quando ho iniziato non immaginavo né pensavo di andare chissà dove. Volevo solo giocare perché amo davvero tanto questo sport. E sono tre gli episodi che resteranno per sempre con me: il provino, che durò una settimana. La vittoria più importante essere preso. Poi la mia prima partita come professionista, da under 19 nel campionato paulista, campionato regionale. E infine la mia prima convocazione in nazionale. 
Hai giocato con tantissimi giocatori, il più forte?
Per me in assoluto è Matey Kaziyski. Una meraviglia vederlo giocare
Un altro veterano come te.
Un carissimo amico. Sono contento di aver giocato tanti anni con lui e di avere vinto tanto insieme.
Tanti anni anche con Stoytchev, che ti ha richiamato a Verona. 
Già a Trento avevamo un rapporto speciale perché condividiamo la stessa idea di vita e di pallavolo. Mi sento fortunato averlo incontrato nei momenti giusti della mia carriera, insieme abbiamo vinto tanto. Quando mi ha chiamato per venire a Verona, non ci ho pensato nemmeno mezzo secondo. È il miglior allenatore con cui ho lavorato. Non ho conosciuto nessuno con la stessa ambizione e determinazione: se decide di fare una cosa non molla mai. Vuole sempre essere perfetto e riesce a tirare fuori il meglio da ogni giocatore. Sempre.
La tua esperienza in Italia iniziò a Vibo, come nacque la cosa?
Ero in Russia a Kazan. Avevamo vinto il campionato, avevo fatto per la prima volta la Champions, ma il mio sogno era quello di venire a giocare in Italia. A Vibo c’erano tre brasiliani che giocavano e un americano che conoscevo. Una squadra molto forte. E mi hanno convinto ad andare a Vibo. Anni fantastici con una società serissima che lavora molto bene. E da lì, poi, mi sono spostato a Trento. Stagioni incredibili. Quindi ad Ankara con Rado e tutto il gruppo di Trento. In Turchia abbiamo vinto campionato, supercoppa e siamo arrivati in finale di Champions. E poi di nuovo in Brasile per sette anni. E, infine, la chiamata di Rado per venire a Verona. Città che conoscevo perché ci venivo spesso quando giocavo a Trento, ma non bene come adesso, io e mia moglie ora ne siamo davvero innamorati, ma tanto, ci piace da morire. E vogliamo tornare. Questo è solo un arrivederci. Ci vediamo presto. 

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