«Le salite, Elia e il dolore» Attilio e il suo primo Giro

Attilio Viviani racconta il suo primo Giro d’Italia, come spalla del fratello Elia
Attilio Viviani racconta il suo primo Giro d’Italia, come spalla del fratello Elia

Penultimo a cinque ore, 29 minuti, 40 secondi da Egan Bernal: è come se Attilio Viviani avesse corso una tappa di montagna in più al Giro d’Italia n. 104, ma «l’importante è aver raggiunto il primo obiettivo che mi ero posto alla partenza da Torino, arrivare a Milano all’esordio nella corsa rosa». Ha corso il rischio di non centrarlo? Nella prima settimana e mezzo ho sofferto tanto per un’influenza intestinale, tra mal di stomaco e colpi di freddo. Ho rischiato veramente di tornare a casa. Poi, invece, è andata sempre meglio. Il giorno più difficile? Quarta tappa, Piacenza-Sestola, arrivo in salita: ultimo al traguardo a 30 minuti e 56 secondi da Dombrowski, assieme a Elia, penultimo e Consonni, terz’ultimo. Stavamo male sia io che Elia ed è stato Consonni a portarci all’arrivo. Il secondo obiettivo era? Aiutare Elia e, al riguardo, ho svolto un buon lavoro. Ci è mancato un pizzico di fortuna, ma nelle volate c’eravamo. Noi della Cofidis e quelli dell’UAE eravamo, spesso, i soli ad avere un “treno” con più di tre elementi ed è stata una cosa importante. Cosa è mancato, allora, per vincere? Non abbiamo vinto noi, non ha vinto l’UAE che lavorava per Gaviria. Ripeto, c’è stata sfortuna in certe volate, non saprei come altro chiamarla, soprattutto perché le gambe c’erano. Il rammarico più grande riguarda, certamente, l’arrivo a Verona perché stava funzionando tutto bene, poi c’è stato un restringimento verso sinistra e con l’affondo di Affini, superato solo da Nizzolo, è uscita fuori una volata anomala. Al via, temeva la terza settimana di corsa. Ero all’esordio in un grande Giro e non sapevo se il mio motore avrebbe retto sino alla fine. Ora lo so. Non c’è più il timore di non farcela. Il difficile avvio può essere dovuto a qualche errore in preparazione? No, è stata solo che mi sentivo proprio vuoto e non ero il solo in squadra. Altro dubbio riguardava le grandi salite. Invece, è andata benone. Facevamo gruppetto in fondo e non abbiamo mai rischiato di andare fuori tempo massimo. Non abbiamo avuto problemi nel gestire il distacco. Dopo due settimane, del resto, il mal di gambe è quello, è difficile divenga più forte. E’ stata una fortuna, per i velocisti, che nella tappa di Cortina siano state tolte le prime due salite Fedaia e Pordoi? Non avremmo avuto problemi di tempo massimo. Nell’occasione, date le condizioni climatiche, avevano allungato il tempo massimo di mezz’ora, ma siamo arrivati al traguardo solo cinque minuti dopo del termine fissato in origine, 40 minuti dopo Bernal. A mio avviso, è stata fatta la scelta giusta anche per quanto riguarda lo spettacolo: credo che si sarebbe pedalato in gruppo sulle prime due salite se ci fossero state e che, allora, la fuga di giornata sarebbe andata in porto. Così, invece, c’è stato spettacolo sul Giau. Dopo il Giro, ha rifiatato? No, ho corso in Belgio, su strade sterrate. Stavo andando proprio bene sino a quando non sono stato bloccato da una foratura e poi da un incidente meccanico. Ho perso, così, l’occasione di entrare nella top ten. Cosa ha in programma? Martedì prossimo correrò alla Parigi-Camembert, mentre domenica 20 sarò al campionato italiano. Il calendario successivo è da definire, potrebbe esserci il Giro di Polonia, non la Vuelta. Propositi? Ho sfiorato un buon risultato in Belgio, vorrei farlo in questa seconda parte della stagione: ci sono diverse corse di un giorno in Francia e Italia in cui fare bene.•.

Renzo Puliero

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