«Verona, marchio sulla pelle Lo scudetto? Già a Torino...»

Sergio Spuri, oggi 57 anni, tre stagioni all’Hellas FOTOEXPRESSGarella e Spuri, i portieri dello scudetto dell’Hellas
Sergio Spuri, oggi 57 anni, tre stagioni all’Hellas FOTOEXPRESSGarella e Spuri, i portieri dello scudetto dell’Hellas

Simone Antolini Dieci minuti, valgono la carriera. In campo da silenzioso. Sergio Spuri, marchigiano di Fabriano, è stato il vice perfetto di Claudio Garella nell’anno dello scudetto. Dieci minuti di passerella a Bergamo. Penultima giornata, la festa già iniziata sulle tribune, il mondo del calcio italiano che da tempo s’era ormai arreso alla favola del Verona di Osvaldo Bagnoli. Tre anni di Hellas per Spuri, oggi allenatore del Sassoferrato, Eccellenza marchigiana. Il prima, il durante e il dopo. Sergio arrivò che era un ragazzino. In tempo per vivere il momento più esaltante della storia centenaria del club gialloblù. Spuri, al fischio finale a Bergamo c’era lei in campo. Dieci minuti che valgono una carriera? «Sono passati veloci. Il ricordo è della festa, della gente, di quello che ci stava accadendo tutto intorno. Difficile non farsi travolgere dalle emozioni. Un ricordo indelebile, un marchio che ti rimane per sempre sulla pelle». La maglia che indossava quel giorno è finita incorniciata nel salotto di casa? «No, non c’è più. L’ho regalata. Non so a chi. Sicuramente ad una persona importante della mia vita». Quando ha capito che parlare di scudetto non era solo un sogno das scambiarsi con pochi intimi? «A Torino, il pari con la Juve, il gol di Di Gennaro. Mi ricordo il ritorno a casa, quella sera. Una specie di illuminazione di squadra. Avvertivamo che qualcosa di grande ci stava per accadere. Sentivamo che era possibile. E le conferme arrivavano dal campo». Il rapporto con Garella? «Ottimo, lui straordinario. Mi ritengo fortunato di avere potuto lavorare con Claudio, un bravo ragazzo, un giocatore incredibile». Il destino o una scelta? «Il destino è diventato una piacevole scelta. Ma l’ho capito solo con il tempo. A vent’anni giocavo nell’Ancona. Alle spalle avevo già messo un centinaio di presenze in C e pure con la Nazionale di categoria. Ero promesso al Milan. Poi Mascalaito (ex giocatore del Verona ndr) mi segnala all’Hellas. Mi prendono. E lì è cambiata la mia carriera. Una scelta fortunatissima». In tanti dicono: era già un Verona di campioni. Il suo preferito? «Elkjaer era il campione di una squadra di campioni. Penso anche a Briegel, Tricella, Galderisi. Ma poi...». Ma poi, il cuore? «Già, il ruolo e la vicinanza mi fanno dire che Garella ha messo la sua firma su quella straordinaria stagione. Gli ho visto fare cose impossibili. Certo, è lo scudetto di tutti. Ma Garella merita di essere citato una volta di più». C’è spazio, pure, per qualche rimpianto? «Sì, purtroppo. La semifinale di ritorno di Coppa Italia persa a San Siro contro l’Inter sempre l’anno dello scudetto. Lì, penso, che la mia carriera sia girata. A Verona vincemmo tre a zero. A Milano ne beccammo cinque. Una partita assurda. Ma non eravamo certo andati in campo con leggerezza. Beccammo subito due gol. L’Inter la rimise in piede. Ma riuscì a vincerla solo all’ultimo minuto del secondo tempo supplementare (5-1 finale, gol di Brady ndr). Ecco, magari, se la passavamo poi si arrivava in finale. E anche per me qualcosa sarebbe cambiato». Come si sintetizza la grandezza di Bagnoli? «L’ho ritrovato trent’anni dopo, alla festa del centenario dell’Hellas. Mi ha stretto la mano e mi ha ringraziato per quello che ho fatto per il Verona. Lui a me. Cos’altro devo aggiungere di una persona così?». Il ricordo sopravvive? «Abbiamo la chat dei ragazzi dello scudetto. Ancora frequentata. Di recente ho visto Galderisi che è venuto ad allenare la Vis Pesaro. Ma il ricordo direi che non rischia certo di sfumare. Certi viaggi in condivisione ti legano per tutta la vita. Io c’ero, felice di esserci stato». •