L'intervista

Tutto Malesani
da Totti a Einstein
«Vorrei tornare»

Alberto Malesani, ex di Verona e Chievo,  ha vinto la Uefa col Parma
Alberto Malesani, ex di Verona e Chievo, ha vinto la Uefa col Parma
Malesani, dall'Audace a Trezzolano

 

Una storia senza fine. Visionario, naif, vincente. Pure allenatore destinato ad addii repentini. E in lotta con il passato. Alberto Malesani ha comunque segnato un’epoca. La sua. Ha vinto, e questo è incontestabile. E ha proposto un suo modo particolarissimo di vivere il calcio. Mai dentro la “fabbrica di plastica“. Dove parole e pensieri escono pre confezionati. Il campo gli ha regalato gioie e dolori. Vittorie ed esoneri. Lacrime amare. Lacrime di gloria.

 

«LA MIA ASSENZA? SERVONO I SERVIZI SEGRETI»

Malesani è stato ospite di Sky Sport 24. Una mezz’oretta, con intervalli, a parlare di calcio, a tutto tondo. In collegamento dalla sua tenuta vinicola a Trezzolano, Alberto è apparso carico. Il sole in faccia, alle spalle una macchia verde, fatta di terrazze e viti. Occhiali scuri, sorriso non di circostanza, i soliti pensieri che non arrivano mai con il freno a mano tirato.

Ultima esperienza al Sassuolo, ormai tre anni fa. Da lì in avanti nessuno si è più affidato all’allenatore originario di San Michele. Misteri del calcio o coincidenze? Alberto la pensa così. «Si dovrebbe reclutare un plotone di agenti segreti per capire il motivo di questa mia lunga assenza. Ma in Italia succede anche questo. Non me ne faccio un cruccio. E non mi lamento. Anzi, mi ritengo fortunato per tutto quello che ho potuto fare. Dopo l’esperienza con il Sassuolo, però, non ho più ricevuto telefonate. E questo mi dispiace molto».

 

«IO HO ANCORA VOGLIA»

Malesani ha chiuso? Malesani adesso pensa al vino e alla sua nuova attività? Malesani è di un’altra era e ha dato tutto quello che aveva dentro? Tanti interrogativi che hanno accompagnato il “Male“ in questa sua lunga assenza forzata dal grande calcio. Ma l’allenatore ha la sua verità. «Io ho ancora voglia e mi sento pronto a rientrare. Penso di poter dare ancora il mio contributo». Lui è pronto. Il resto sono tutte chiacchiere.

Gli chiedono perché nel calcio di oggi è sempre più difficile vedere all’opera squadre aggressive: baricentro alto, fuorigioco sistematico, capacità di stare nella metà campo avversaria in maniera costante. «La tendenza» spiega Malesani «è quella di abbassare il baricentro. Aggredire alto a molti può fare paura. O semplicemente, si tratta di strategia. Dipende sempre dai punti di vista: chi la scambia come debolezza deve fare i conti con chi pensa che, invece, si tratti di fine stratagemma per gestire al meglio la partita. In Italia? Oggi Napoli e Juve sanno aggredire bene l’avversario. Il Napoli lo fa in maniera sistematica. I bianconeri a tratti. Ma anche questa può essere una scelta. Aspettare, recuperare palla e ripartire per far male all’avversario».

 

«ALLEGRI E TOTTI SONO I MIGLIORI»

Si parla dei colleghi. «Max Allegri a oggi è il migliore allenatore in Italia. Molto bravo sul piano tattico. Penso sia più facile affrontare Sarri che Allegri».

Grande allenatore Max, costretto a convivere, spesso, con una critica che non risparmia la minima esitazione. Anche qui Malesani ha la risposta pronta. «Allena la Juve, è condannato a vincere, naturale sia così. A Napoli è diverso: chiedono il bel gioco, e poi si vedrà. Nelle valutazioni delle persone, però, contano i pregiudizi. E sono i guru del calcio a crearli. E l’allenatore deve conviverci. Diceva Einstein: «È più facile separare un atomo che cancellare un pregiudizio. E aveva ragione. Io sono l’esempio: ormai di me si dice che sto bene in campagna, che questa è la mia nuova vita. Una balla. Io amo ancora il calcio e ancora voglia di rimettermi in gioco».

Parole dolci per Simone Inzaghi. «Giovane ma già molto bravo. Mi piace. Ha dimostrato di avere notevoli capacità sul piano della gestione degli uomini. Ed è riuscito ad ottenere subito riscontri importanti dal campo. Merita i complimenti». Si parla di Spalletti. Pure lui destinato a finire nel mirino della critica. «Ma Luciano è un fine comunicatore. Usa l’ironia come arma. Sa gestire molto bene il rapporto con critica e giornalisti. Fosse io ai suoi livelli, oggi sarei ad allenare ancora un grande club». Da Spalletti a Totti, il passo è corto. Il capitano della Roma deve lasciare definitivamente? «Francesco è un monumento. Dopo Rivera, ho amato Totti. Tra noi c’è stima. Ma forse è arrivato il momento di smettere».

Simone Antolini