L'intervista

Paolo Vanoli: «Che orgoglio la coppa a Mosca. Qui si gioca anche per la pace»

Una coppa colma di gioia. Paolo Vanoli bacia il trofeo conquistato alla guida dello Spartak Mosca
Una coppa colma di gioia. Paolo Vanoli bacia il trofeo conquistato alla guida dello Spartak Mosca
Una coppa colma di gioia. Paolo Vanoli bacia il trofeo conquistato alla guida dello Spartak Mosca
Una coppa colma di gioia. Paolo Vanoli bacia il trofeo conquistato alla guida dello Spartak Mosca

Ha vinto respirando l’odore della guerra. Paolo Vanoli ha vinto anche a Mosca dove 23 anni fa, nello stesso stadio, aveva alzato la Coppa Uefa col Parma di Malesani.  Destino ma non solo. Lo stadio del suo Spartak, l’Otkrytie Arena, è a mezzora dal Cremlino. L’Ucraina lì, al confine. Da mercoledì Vanoli è a Verona, la sua casa ormai. Dopo Londra e Milano, dopo il Chelsea e l’Inter. Sempre con Antonio Conte. Sempre vincendo.

Alla Fiorentina, all’Hellas come in Eccellenza nel 2007 al Domegliara. Da terzino prima, da allenatore poi. Stavolta la Coppa di Russia.  A Mosca arrivato a dicembre su intuizione del suo storico agente Andrea D’Amico. «Una gioia immensa», la prima immagine di Vanoli, «perché sei tu ad indicare la via e a indirizzare la strada anche alla società. Può essere finché vuoi quella giusta ma poi ci vogliono i risultati. E questa coppa ci ha ripagato di grandissimi sacrifici». 

Com’è riuscito a convivere con quel clima? 
«È stato difficile, era giusto però portare fino in fondo la stagione. Lo sport è sempre stato sinonimo di pace e di unione. A maggior ragione questa volta». 

 

Doccia di champagne a Vanoli

 

Ha mai pensato di andarsene? 
«La preoccupazione è stata tanta ma era giusto andare avanti. Il ringraziamento più grande va a mia moglie. Chi ha sofferto più di tutti è stata la mia famiglia». 

Il momento più brutto? 
«Tutte le volte in cui ho dovuto prendere decisioni complicate che riguardavano pure il mio staff. Aspettavano tutti me. Il peso psicologico è stato notevole, ho trascorso giorni davvero tosti. Siamo andati a fare una trasferta a Rostov facendo ore ed ore di treno, in una città ai confini con l’Ucraina. Fortunatamente a Mosca ci siamo sentiti sicuri. L’ambasciatore italiano, con cui ero in continuo contatto, mi ha sempre rassicurato». 

Come ha preso la decisione della Fifa di estromettervi dall’Europa League? 
«Mi ha dato enorme fastidio, ancora oggi non ho capito le motivazioni. Penso ai ragazzi paraolimpici, gli stessi nostri nazionali, i campioni delle varie discipline individuali. Al messaggio che avrebbero potuto veicolare. È stata la delusione più grande ma mi ha dato ancor più determinazione per portare avanti la battaglia per la pace. Quella si può fare pure in campo. Quando vai in giro per il mondo capisci quanto lo sport sia sinonimo d’unione. Al di là di cognome, razza o colore della pelle». 

Che ci ha messo di suo in particolare in questi mesi? 
«Energia e passione. Lo Spartak è la società con più tifosi in Russia. Dei grandi esempi li ho avuti. Grazie a Conte così come a Sacchi, allenatori maniacali che mi hanno insegnato molto nella gestione di uno staff, dei calciatori ma anche di un intero club». 

Dura separarsi da Conte? 
«Il distacco è stato inaspettato, l’opportunità di andare allo Spartak è arrivata due giorni dopo che Conte aveva firmato per il Tottenham. Sono stato due notti senza dormire, poi ho capito che era il momento di andare. Dura dirlo a Conte, per lui ho sempre dato il 110 per cento». 

Nel frattempo il suo Verona è andato forte… 
«Faccio i complimenti alla società così come a Tudor, il traguardo raggiunto è davvero considerevole. Positiva questa continuità». 

I top dell’annata? 
«Caprari lo conoscevo dalle nazionali giovanili, ha dimostrato quanto vale veramente. Simeone mi ha impressionato, dovesse trovare ulteriore continuità nel far gol diventerà un attaccante completo. A me però sono piaciuti soprattutto i centrocampisti. Barak è un giocatore di spessore, Ilic ha avuto una crescita esponenziale, Tameze ha aggiunto potenza al reparto. E poi Faraoni e Lazovic, qualità con grande dimestichezza nel ruolo». 

 

A che punto è Casale? 
«È stato molto bravo. E può migliorare ancora. Ha struttura e tecnica. Gli manca un po’ d’esperienza, ma ha i parametri per diventare davvero buon difensore». 

Giudizio su Cioffi? 
«La sua Udinese mi è piaciuta molto. È giovane e ha grande personalità. Non è facile imporsi a Udine, sono convinto possa riuscirci anche all’Hellas». 

L’angolo di Verona in cui s’è rifugiato appena arrivato? 
«Entrare in casa e sedersi a tavola con mia moglie e con i miei figli è stato speciale. Stare sul balcone ad ammirare questa splendida città è qualcosa di magnifico. Specie dopo mesi così duri».

Alessandro De Pietro