Hellas, cuore e orgoglio Contro la Fiorentina per tornare a sorridere

Ivan Juric, seconda stagione all’Hellas Verona
Ivan Juric, seconda stagione all’Hellas Verona
Ivan Juric, seconda stagione all’Hellas Verona
Ivan Juric, seconda stagione all’Hellas Verona

L’importante, oggi, è finire. Chiudere d’orgoglio una stagione che rischia di lasciare - a vedere il percorso del girone di ritorno - un ricordo non proprio scintillante. Il Verona non si è perso. Ma ha rallentato. In maniera anche evidente. Certo, la salvezza è arrivata facile. Juric si è divertito e ha fatto divertire. Confermandosi perfetto allenatore di popolo: coraggioso, ambizioso, per nulla spocchioso. Votato al sacrificio, pronto alla lotta. Lui come i suoi ragazzi. L’Hellas ha fermato le grandi, ha viaggiato veloce nel girone d’andata, si è preso ribalta e punti. E a qualcuno è venuto in mente di sognare anche l’Europa. Poi, lo stop. Ed un girone di ritorno che fin qui ha regalato poche gioie. La partita di oggi con la Fiorentina diventa ennesima occasione di riscatto. «Serve avere coraggio» racconta Juric «per cercare di non restare nel limbo». Concetto che parte dal presente ma si estende anche nel futuro prossimo della società. «Serve avere coraggio nel fare le scelte, nel valutare come intervenire, nel cercare di crescere insieme. Noi, poi, abbiamo un direttore sportivo come Tony D’Amico che conosce, vede, usa grande umiltà. Da questo dobbiamo partire». Amato o non amato? Comanda Juric dentro a questo Verona «Meno di quello che avrei voluto. Dovevo incidere di più, rompere di più le scatole. Di sicuro soffro per questa squadra». Ma non potrebbe essere altrimenti. E Juric resta sempre al centro di tutto. Dentro ad un finale di stagione che regala perplessità. Anche sul futuro del tecnico. Che ha contratto triennale, ma che allo stesso tempo chiede garanzie alla società. Un gioco delle parti, forse. Ma anche un modo d’essere. «Non posso non essere me stesso» il riferimento di Juric, nel riprendere i concetti espressi anche nel dopo partita di Genova. «Io tranquillo? Sarebbe la mia morte. Quando perdo, sono tutti nemici. Ma devo essere così per dare il massimo. In questi due anni si sono fatte delle cose perchè sono nervoso, maleducato, vado dritto per dritto, mi scontro. Se divento, bello, sereno, tranquillo e vivo dentro la comfort zone, secondo me vado a perdere le mie caratteristiche. Tutto gira intorno a questo. Intorno a questa voglia di mettersi sempre in dubbio, di crescere e di migliorare. E di andare oltre. Tutto questo porta poca serenità, ma ti porta avanti. Ma non voglio perdere quello che sono io. Adesso spero si possa finire bene. Ma tutto quello di buono che è stato fatto sino ad oggi è passato attraverso tensioni, scontri, litigi. Così che va. Essere sereni e tranquilli, no». E poi: «Io comando molto a Verona? Non è vero. Io mi rimprovero quest’anno che avrei dovuto essere molto più cattivo. Dovevo rompere di più e avere molti più scontri. Il presidente è bravissimo: vede tutto positivo. Non vuole stress, cerca serenità. Tutto quello che vorrebbe mia moglie di me. Mentre io sono sempre nervoso, perchè abbiamo commesso errori, che sono costati soldi. E cerco sempre la via per migliorare. Comando? Fino ad un certo punto. Di sicuro, abbiamo fatto un salto di qualità». •

Simone Antolini

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