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L'intervista

Gigi Sacchetti: «Il mio cuore con i bimbi palestinesi. Ricordo quando qui toccavano increduli l'erba del campo»

L'ex giocatore del Verona ricorda il progetto che unì Verona e la Palestina
I ragazzini palestinesi con i promotori veronesi della scuola calcio e padre Ibrahim Faltas e in basso Gigi Sacchetti
I ragazzini palestinesi con i promotori veronesi della scuola calcio e padre Ibrahim Faltas e in basso Gigi Sacchetti
I ragazzini palestinesi con i promotori veronesi della scuola calcio e padre Ibrahim Faltas e in basso Gigi Sacchetti
I ragazzini palestinesi con i promotori veronesi della scuola calcio e padre Ibrahim Faltas e in basso Gigi Sacchetti

Pace e pallone ai bambini della Palestina. È con questa missione che tra il 2011 e il 2019 Gigi Sacchetti e gli amici dell'Asd Ex Calciatori Hellas Verona andavano e venivano dalla Terra Santa.

«Ci sono stato cinque volte, un’esperienza di vita meravigliosa. Penso a quei bambini che giocano a pallone in una prigione a cielo aperto senza alcuna possibilità di crescere in serenità. Penso a tutti i bambini, non solo israeliani o palestinesi, vittime delle guerre nel mondo. Non possono più sognare di aver fiducia nel prossimo, di vivere in pace», sospira Sacchetti, “Singer” come lo battezzò Valentino Fioravanti ai tempi in cui cuciva e ricuciva il centrocampo del Verona di Osvaldo Bagnoli.


Sacchetti, come nacque l’idea di andare a insegnare calcio ai ragazzini in Palestina?

Partì tutto da Don Paolo De Grandi , “il prete calciatore” di Gazzo Veronese scomparso nel 2016 mentre giocava a pallone, parroco a Campoluci in provincia di Arezzo che in gioventù aveva giocato nella Primavera dell’Hellas Verona, e al quale venerdì abbiamo dedicato la sala principale della nostra sede dell’Asd Ex Calciatori Hellas Verona allo stadio Bentegodi. Don Paolo aveva partecipato a una partita a Betlemme organizzata dall’Associazione Oasi di Pace di Adriana Sigilli e Padre Ibrahim Faltas, il francescano egiziano Vicario della Custodia di Terra Santa e protagonista della mediazione tra israeliani e palestinesi durante il drammatico assedio armato alla Basilica della Natività di Betlemme nel 2002. Nel 2009 Padre Ibrahim aveva fondato la prima accademia di calcio palestinese, l’unica riconosciuta dalla Palestinian Football Federation. Don Paolo tornò entusiasta e ci disse che bisognava fare qualcosa per aiutare quei bambini che vivevano in condizione disastrose. A novembre del 2011 partimmo per Betlemme io, Nico Penzo allora presidente degli Ex Gialloblù, Piero Fanna, Don Paolo e Giovanni Gambini. Il campetto del seminario era tutto terra e pietre; Gambini fece arrivare dall’Italia un tappeto di erba sintetica, facemmo cinque giorni di allenamenti con quei bambini impazziti di gioia. Bellissimo.


Come l'idea divenne progetto?

Giovanni Gambini aveva una scuola calcio a San Zeno di Montagna. Fu lui ad avere l’idea di istituire il primo campo di allenamento a Verona. A San Zeno noi allenavamo i ragazzini palestinesi con due loro istruttori venuti dalla Palestina. All’inizio erano diffidenti e tendevano a starsene per conto loro senza mescolarsi ai ragazzi veronesi, ma al terzo giorno si creò un gruppo unito ed entusiasta. Rimasero una settimana. Una volta all’anno venivano loro a Verona, ogni volta un gruppo nuovo, e una volta all’anno andavamo noi nei territori occupati in Palestina. Non solo a Betlemme, ma anche a Gerico e Hebron. Ci si riempì il cuore di gioia quando ci dissero cosa avveniva quando quei bambini tornavano a casa da Verona. A scuola gli insegnanti gli facevano raccontare il mondo che avevano visto fuori dalla Palestina. Un mondo in pace del tutto sconosciuto a loro. I genitori ci ringraziavano perché finalmente li vedevano sorridere.


Tensione?

Tanta, si respirava la paura. I militari israeliani, giovanissimi, erano di pattuglia ovunque. Ti fermavano e salivano col mitra sul pullman a controllare ogni cosa. Un giorno a Gerusalemme io e Nico Penzo andammo a pranzo dai genitori di uno dei nostri allievi, che chiamavamo El Sharaawi perché aveva lo stesso taglio di capelli del giocatore della Roma: abitavano a cento metri dal muro che delimita la zona palestinese. Da quella casa uscimmo da soli, senza che ci accompagnassero per evitare complicazioni ai posti di blocco: degli occidentali insieme a dei palestinesi avrebbero destato chissà che sospetti.


Nel 2014 fu coinvolto l’Hellas Verona...

Sì, e prese il nome di «Bambini senza confini». I ragazzi arrivati dalla Palestina venivano ospitati a Peschiera al Parc Hotel Paradiso. Si allenavano con la scuola calcio del Verona. Io, Nico Penzo, Antonio Terracciano, Luciano Venturini, Chicco Guidotti, ma venivano a osservare anche Giancarlo Savoia e Sergio Maddè, affiancavamo gli allenatori. Non potrò mai dimenticare il giorno in cui vedemmo i ragazzi inginocchiati in campo. Pensammo stessero pregando, e invece erano lì ad accarezzare quei ciuffi d’erba che sui campi in Palestina non avevano mai visto. Li portammo anche a Gardaland. Il progetto ebbe il patrocinio del Comune di Verona: coi ragazzi fummo ricevuti dall’allora sindaco Tosi, l’assessore allo Sport Giorlo venne con noi in Palestina. Padre Ibrahim Faltas ha detto che è stata la più bella iniziativa mai realizzata in Palestina. Le lascio immaginare la gioia quando per le strade di Betlemme e di Gerusalemme incontravamo i bambini con la maglia dell’Hellas.

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Fino a quando siete andati avanti?

Fino al 2019, poi si è fermato tutto con la pandemia. Volevo partire per la Terra Santa a ottobre, ma adesso è scoppiata questa guerra.


È rimasto in contatto con qualcuno?

Certo. Con Adriana Sigilli, padre Faltas, le famiglie dei ragazzi e gli istruttori locali.


Cosa vorrebbe dire a quei ragazzi?

Che spero di tornare là il prima possibile ad abbracciarli e a giocare con loro a pallone nel silenzio delle armi deposte. Sarebbe il segno di una convivenza pacifica.

 

Lorenzo Fabiano

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