L'intervista

Franco Bergamaschi, i 70 anni dell'eterno ragazzo gialloblù: «A parlare dell'Hellas mi viene la pelle d'oca»

FRANCO BERGAMASCHI GALLERY

Franco Bergamaschi compie oggi settant’anni. Il Gianni Morandi del Verona, l’eterno ragazzino con i capelli al vento che correva per tutti in mezzo al campo e sulla fascia è diventato uomo. «Da un pezzo ormai» scherza l’ex gialloblù.

 

Perchè «Lulù»?

Fu Gigi Mascalaito a darmi quel soprannome perchè diceva che danzassi sulla palla. Un po’era vero, meno a fine carriera.

Nato e cresciuto nell’Avesa?

Prima nella Fiumeter, poi Avesa e Parona prima di passare a 14 anni al Verona con Tavellin e Fiumi, quest’ultimo era stato anche segretario del Parona prima dell’Hellas.

Primo allenatore? Bruno Conti e poi Gigi Caceffo.

Bravi com’era bravissimo Ugo Pozzan, che mi ha lanciato. E poi al Foggia Puricelli. A volte non mi faceva allenare perchè gli bastava quello che facevo alla domenica.

Esordio col Varese in A?

Sì, era il 1970. Giocai venticinque minuti, poi diventai titolare fisso. Protagonista nel Verona-Milan 5 a 3... Partita della vita. Se Pizzaballa non avesse fatto un miracolo subito su Bigon credo, sarebbe stata dura. Andai al Milan.

In rossonero...

Grande soddisfazione per me. Legai subito con Biasiolo, Sabadini e Anquilletti. Quel Milan pagò la diatriba tra Rivera e il presidente Buticchi. Magari se avessimo vinto la finale di Coppa delle Coppe col Magdeburgo...

Genoa e Foggia...

Un periodo bellissimo, soprattutto in Puglia. Capitan Pirazzini e poi l’amico di una vita: Angelo Domenghini. Sai è stato anche mio testimone di nozze. E poi Orazi con il quale ho giocato in Under 21. Quello che mi manca di più è Fausto Nosè.

 

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LA SCHEDA

Franco Bergamaschi è nato a Verona il 9 febbraio del 1951. Fiumeter, Avesa e Parona le prime squadre, il Verona giungerà nel 1965. Tutta la trafila delle giovanili sino all’esordio in A, il 22 novembre 1970 in Verona-Varese (1-1): 173 le presenze in A, 13 le reti. Poi la B con Genoa, ancora Verona, Rimini e Cesena e in C con Treviso e Modena. Poi col Pescantina in Interregionale dove è stato giocatore-mister. Nel Verona maestro di tecnica e vice in Primavera fino a poche stagioni fa.

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Il ritorno a Verona non fu felice, vero?

Garonzi iniziava il disimpegno. Via colonne come Luppi, Busatta, Zigoni e poi, fummo anche sfortunati.

Il gol più bello?

Senza dubbio quello fatto al Perugia nell’anno disgraziato della retrocessione in serie B

Turone si sogna ancora il tunnel nel 5 a 3 o il gol annullato a Torino con la Roma?

Senza dubbio il mio tunnel ride (ndr). Il mio amico «Ramon» è stato un grande calciatore. Ci siamo riabbracciati dopo anni qui a Verona.

Rivera, com’era?

Un fuoriclasse. Dicono che all’epoca non correvamo. E’ una bugia. Piuttosto dico ai campioni di oggi, provate a giocare con un avversario incollato che ti mena come aveva Rivera ogni domenica.

Ti piace il calcio?

Sempre meno. Solo business e poi non vedo più un dribbling. Il calcio è gioia e felicità. Sembrano tutti robot. A me davano l’ingaggio che volevano. Mi interessava solo giocare. Ma il Verona... E’ un’altra cosa. Sono nato e morirò tifoso dell’Hellas. Andavo con mio padre al Vecchio Bentegodi. E poi l’ho sostenuto sempre. Dalla C alla A con in miei amici del 1° Febbraio. Guarda mi viene la pelle d’oca a parlare del Verona.

Zaccagni come Bergamaschi?

No, lui è più forte. Un ragazzo bravissimo e un calciatore fortissimo. Da tifoso spero rimanga...

Juric come lo vedi?

Ha dato molto al Verona, un grande.

L’esperienza al Pescantina?

Tanti amici e una bella esperienza. Non è facile per un professionista calarti nella mentalità dei dilettanti.

E nel vivaio dell’Hellas?

Bellissima sia negli allievi che in Primavera. A questo proposito volevo mandare un abbraccio alla famiglia Gresele e per quello che stanno passando.

Come festeggerai oggi?

Con la mia famiglia e i miei nipotini. Sono un nonno che va di corsa.

Gianluca Tavellin