«Caro Fanna, lei deve andare dal barbiere»

Marino Magrin, Giampiero Boniperti e Piero Fanna ARCHIVIO L’ARENA
Marino Magrin, Giampiero Boniperti e Piero Fanna ARCHIVIO L’ARENA
Marino Magrin, Giampiero Boniperti e Piero Fanna ARCHIVIO L’ARENA
Marino Magrin, Giampiero Boniperti e Piero Fanna ARCHIVIO L’ARENA

«L’ultima volta che l’ho sentito, è stato tre anni fa, per gli auguri di Natale. E mi fa: Nando ma sei tu? Ma cosa ci fai ancora vivo? Ecco per dirvi che uomo se ne è andato». La voce rotta dall’emozione. Chi parla è Ferdinando Chiampan, il presidente dello scudetto intriso di signorilità fin dalla nascita, visto che lasciò a Tino Guidotti la soddisfazione di guidare il Verona già suo, nell’annata magica targata 1984/’85. E quell’essere ironico, intelligente e capace, Giampiero Boniperti l’ha mantenuto fino all’ultimo quando una crisi cardiaca l’ha portato via. «Tanti affari insieme ma soprattutto un’amicizia profonda» ricorda Chiampan che ora si sta curando per un problema al femore. Note le loro battute di caccia nei primi Anni Ottanta. Si sparava con fucili Clever, prodotti da una delle aziende di famiglia. Chiampan, Boniperti ed anche Ciccio Mascetti e «Pista» Manfrin, forse il primo che veniva a sapere quale gialloblù avrebbe vestito il bianconero oppure l’esatto contrario. Il Verona divenne grande con gli scarti della Juve, si scriveva. Sempre che riteniate gente come Pierino Fanna o Nanu Galderisi degli scarti. All’inizio fu la Juve a dare giocatori vincenti all’Hellas, poi accadde i contrario. Ma il calcio a fine Anni Ottanta cominciava ad essere meno generoso con Giampiero Boniperti e la sua Juve. «Sono stato cinque anni in bianconero» ricorda Pierino Fanna, «Lui è stato il calcio in Italia. Cremonese e Atalanta lavoravano in pratica per Boniperti. Ho avuto i capelli anch’io e quando arrivai da Bergamo, la prima cosa che mi disse fu: “Fanna lei deve andare dal barbiere”. Ebbi anche qualche discussione sia con Trapattoni che con Boniperti. Dopo tre stagioni cominciai a dire che volevo andarmene. All’epoca non decidevi tu ma il club. L’unica cosa che mi imputava Boniperti era la mancanza di cattiveria. “Ti stimo” mi disse, “Ma dovresti farti rispettare di più dai difensori”. Pensate l’unico suggerimento in cinque anni. Lui parlava solo di questioni economiche, personali e del famoso Stile Juve». Un altro, questa volta veronese doc, che ricorda il “Bonipertismo” è Beniamino Vignola, il vice-Platini. «Il presidente ha costruito la Juve più bella e più forte dell’era moderna» esordisce l’ex gialloblù, «Controllava tutto. Non esisteva lo Stile Juve ma era un modo di comportarsi. Quando si andava in sede per ritirare lo stipendio bisognava avere la barba e i capelli in ordine. L’unica concessione che fece fu a Platini. Infatti era l’unico che giocava con la maglia fuori dai pantaloncini. Se rilasciavi qualche dichiarazione poco felice alla stampa. Ti convocava e ti dava tre milioni di multa, col sorriso sulle labbra s’intende». Un calcio scomparso da tempo quello di Boniperti. «Non so se sia un bene» chiude Vignola, «Lui è stato un simbolo, forse il più grande, lasciate perdere il tifo, del calcio italiano per almeno vent’anni». L’ultimo aneddoto? «Villar Perosa, arrivo dall’Avellino dove insieme a Tacconi avevamo fatto benissimo. Boniperti chiudeva tutto in una giornata. Esco che ho firmato e non so neppure la cifra. Mi aveva incantato e alla fine domandai quanto mi aveva dato. La sua risposta fu: “Vignola non si preoccupi che a fine stagione con i premi guadagnerà il triplo di quello che mi avrebbe chiesto”. Ed effettivamente andò così». •. G.Tav.

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