L’INTERVISTA

Sergio Pellissier: «Si chiama Chievo 1929. Non ho voglia di mollare»

Affiliata la nuova società creata dall'ex capitano. «Era dura entrare in gioco ora, ma non finisce qui»
Sergio Pellissier
Sergio Pellissier
Sergio Pellissier
Sergio Pellissier

«Non mollo niente. Non è finita qui. Io ci provo, per il Chievo non posso arrendermi davanti alle prime difficoltà». Sergio Pellissier resta in corsa. I tempi non erano maturi per consegnare sabato nelle mani del sindaco Federico Sboarina una manifestazione di interesse. «Ma i tempi cambiano», dice Pellissier. E magari anche in fretta.
 

 

Pellissier, e adesso?
Ho la mia società: FC Chievo 1929, l’affiliazione era il primo passo da fare. C’è, resta lì, per essere riempita, per essere messa in piedi.

 

Questione di tempo, ma non solo di tempo
Di tempo e di sostegni, siamo chiari. Di tempo ne avevamo davvero poco per provare ad entrare subito. Ho cercato di lavorare in emergenza: contatti, solidità, sponsor, imprenditori, compagni di viaggio. Non ci sono riuscito oggi. Ma domani è un altro giorno.

 

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E domani cosa ci dobbiamo aspettare?
Continuo con i miei sondaggi. Va creata una struttura organizzativa e magari la possibilità di partire anche subito dai giovani. Sto sondando il terreno. L’idea è di far prendere vita alla società per poi strutturarmi nel corso di questo anno.

 

Per ripartire da dove?
«Non conta da dove. Ma è fondamentale ripartire. Terza, seconda categoria. O dove sarà possibile. Magari trovando anche la possibilità di avvicinarmi ad altre realtà già esistenti. Iniziare dalla serie D sarebbe stato il top. Un passo sotto il professionismo, per provare poi a fare subito un balzo in avanti».

 

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Pellissier presidente del nuovo Chievo?
Perché no?.

 

La realtà, però, dice che viaggiare da solo è impossibile
Verissimo. Sono venuti a mancare i presupposti per entrare in corsa adesso perchè mancava sostanzialmente la base economica. Ma la mancanza di tempo ha avuto un ruolo altrettanto importante.

 

Perché?
Perché devo avere il tempo per farmi conoscere, per coinvolgere nuove persone, per capire chi realmente è interessato. E anche per ragionare poi sulla struttura, su dove il Chievo potrebbe giocare. In questo ultimo mese ho parlato con tantissime persone. Il “sentire“ dev’essere comune, non ci devono essere obblighi. E proprio per questo mi sono reso conto che era necessario avere a disposizione molto di più tempo per provare a ripartire.

 

Come se lo immagina il suo nuovo Chievo?
Solido, serio, umile, ispirato dai principi che ho trovato nel mio Chievo, quello che ho vissuto per molti anni.

 

Crede sia possibile ricreare qualcosa che solo si avvicini a quel Chievo?
Le persone fanno la differenza. Credo sia fondamentale trovare i giusti compagni di viaggio. Gente da Chievo. Poi, gli obiettivi sportivi inizialmente devono passare in secondo piano. La gente che ama il Chievo ha voglia di sentirlo nominare ancora. Questa conta. E conta esserci, non finire solo nella memoria. Poi, viene tutto il resto.

 

Ma a lei chi glielo fa fare?
L’amore per il Chievo. Penso di averlo detto da subito: non posso arrendermi all’idea che una parte di me finisca chissà dove, cancellata. Poi, certo: non voglio regalare e regalarmi illusioni. Non sono qui per fare brutte figure. Vado in fondo, se davvero si può andare fino in fondo. Ma questo non è certo il momento di dire: beh, è finita e così sia. Se ami qualcosa o qualcuno, dai tutto.

 

A questo punto è un arrivederci a quando?
Non lo so, forse non c’è un “quando“. Perchè ho passato una vita a rincorrere l’attimo giusto per andare in gol. Quindi non prometto sorprese. Ma sono qui che lavoro. E ogni giorno è un giorno nuovo. Perchè ci credo. E perchè non voglio arrendermi, semmai, senza avere combattuto fino alla fine.

Simone Antolini

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