«Macola? Magari è un altro scherzo Si è solo nascosto...»

Gli occhi al cielo Rinaldo Danese, scomparso  sabato mattina, autentico simbolo della storia del Chievo
Gli occhi al cielo Rinaldo Danese, scomparso sabato mattina, autentico simbolo della storia del Chievo
Gli occhi al cielo Rinaldo Danese, scomparso  sabato mattina, autentico simbolo della storia del Chievo
Gli occhi al cielo Rinaldo Danese, scomparso sabato mattina, autentico simbolo della storia del Chievo

Macola per sempre. Le leggende non muoiono mai. Tantomeno lui, tanto più chi, come Rinaldo Danese, ha vissuto il Chievo come nessuno. A mente fredda è ancora più dura. «Lui è la storia della società», la definizione di Gigi Delneri. «Non bisogna aggiungere molto altro. Ha vissuto il Chievo in tutte le sue forme, dai dilettanti a San Siro. Senza mai cambiare. Sempre lì, sempre allegro. Un eterno ragazzo, con la battuta sempre pronta. Ragionava sempre col sorriso sulle labbra. Impossibile non volergli bene». Un coro unico, da ogni angolo d’Italia. «Nessuno meglio di lui», la visione di Giovanni Sartori, «sapeva incarnare lo spirito del Chievo. Sapeva metterci sempre la giusta ironia, con quell’essere perennemente positivo che è stata una delle sue grandi virtù. In più il suo compito sapeva svolgerlo benissimo. Non è così scontato farsi voler bene dai giocatori, eppure lui diventò per tutti un assoluto punto di riferimento». Il tempo si ferma, almeno per un attimo. Un punto fermo «Era come un fratello», il pensiero di Marco Pacione, «26 anni di cammino insieme non sono pochi. Un grande personaggio, più di un amico. Lascia un grande vuoto e tanti ricordi. Uno dei grandi simboli del Chievo. Sapeva allietare le serate in ritiro così come le trasferte, con quelle epiche partite a carte a cui nessuno poteva sottrarsi. Sempre impeccabile. Giacca, cravatta, eleganza e i giusti modi. E sapeva riempire il suo tempo. Una volta mi disse che la sua agenda era piena per i successivi due anni. Adesso siamo tutti un po’ più soli». Macola ha scandito i tempi della vita di molti. «Arrivai a Veronello a 22 anni e lui», lo sguardo all’indietro di Rolando Maran, «divenne subito per me un punto fermo su tutto. Il suo vissuto nel Chievo è qualcosa di impareggiabile, come il rapporto che cementai con lui quando tornai da allenatore. Un privilegio essere stato suo amico». L’esultanza con la Samp Una miriade di aneddoti ne spiegano la grandezza. «Ho avuto la fortuna di averlo vicino sia da giocatore che in panchina, immaginate quanti ricordi abbia conservato. Tutti straordinari», il tuffo all’indietro di Eugenio Corini, «a partire dalla sua compostezza anche se per il suo essere così tifoso qualcosa a volte in panchina gli scappava e per questo veniva anche ripreso. Un momento eccezionale che mi lega a lui è la mia prima partita di Serie A da tecnico, quella che vincemmo con la Samp. Nell’esultanza mi sono ritrovato abbracciato a lui. È così che voglio ricordarlo, in un momento di gioia per entrambi». Brividi ed occhi lucidi nel tornare ai tempi d’oro. «Era parte integrante del gruppo del primo Chievo che grande non era ancora ma che lo sarebbe diventato. Quello di Campedelli e di Sartori. Anche Macola può dire di aver creato il Chievo», il fermo immagine di Mimmo Di Carlo, «con quella mentalità che ci ha portato così lontano. Tre attimi voglio rimarcare per far capire davvero chi è stato Macola. La prima è il rispetto totale che gli arbitri avevano nei suoi confronti. Non ce n’era uno che non andasse a salutarlo. La seconda riguarda le grandi litigate che facevamo nelle partite a carte. La terza è semplicemente il suo sorriso. Lui sorrideva a tutti, perché sapeva donare. E non faceva eccezioni». Simpatia unica «Era fantastico Macola. Anche qualche settimana fa», racconta Bepi Pillon, «ci eravamo ripromessi di andare a mangiare insieme. Era di una simpatia unica, ma era anche un grande aiuto per noi allenatori che in testa abbiamo sempre le cose di campo. Invece lui sapeva farti estraniare dal calcio, anche solo parlandoti d’altro. Meraviglioso in tutto quel che faceva, soprattutto se penso ora alla notte di Sofia e al preliminare di Champions. Lui c’era, così come c’era quando il Chievo era nei dilettanti. Fantastico». Leggenda vera Tutti hanno guardato per un istante verso Veronello. «È un grande dispiacere», il sospiro di Fabio Moro, «Macola era una di quelle figure iconiche che rimarranno sempre nel cuore e sempre nella mente di tutti. Ha continuato a distribuire affetto fra tutte le persone che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Quando l’ho comunicato nella chat dei ragazzi del Chievo di una volta tutti hanno rimarcato, ognuno a modo loro, che grande uomo sia stato». Pareri unanimi, non poteva che essere così. «Non è stato un periodo semplice», il primo affresco di Bernardo Corradi, «nel veder finire tutto quel che avevamo creato. La situazione del Chievo già mi aveva toccato in maniera particolare, per l’affetto che mi lega alla società e ricordando la crescita che ho avuto in quel periodo. Macola è purtroppo un ulteriore pezzo di quella storia che se ne va. Come dimenticare la sua voce rauca nello spogliatoio, insieme al suo disincanto nel non prendersi sul serio pur essendo un tassello importante di quel Chievo. Era una di quelle presenze silenziose, ma che si facevano comunque sentire perché in fondo erano indispensabili. Soprattutto per chi come il Chievo ha affondato la sua gloria sulla semplicità, la forza e la passione di gente che alla società ha regalato il proprio tempo». Un’anima giovane Destinato a vivere ancora Macola. «Ci sono persone», la carezza di Roberto De Bellis, «la cui anima resta sempre giovane anche quando la carta d’identità dice il contrario. Macola era questo. Aveva la capacità di vedere le cose con gli occhi del bambino pronto a fare la marachella o a prendersi gioco del sapientone di turno. Non potevi non volergli bene perché anche quando qualcuno avrebbe avuto tutte la ragioni per prendersela con lui sapeva disinnescarlo con il suo sorriso. Lo stesso sorriso con cui ognuno di noi che lo ha conosciuto lo ricorderà per sempre. E per sempre mi resterà il dubbio che si sia nascosto per farci uno scherzo». «Era un amico, era un nonno, ho passato vent’anni con lui, giocavamo a carte insieme, era parte della mia famiglia», sussurra a sua volta Sergio Pellissier. «Perdendo il Chievo e perdendo anche lui mi si è sgretolato veramente tutto. La notizia mi ha lasciato una tristezza unica. Sembra davvero la chiusura definitiva di un capitolo della mia vita». •.

Alessandro De Pietro