Riformulata l'assoluzione del Tribunale

Insulti razzisti a Obi, maxi squalifica: 10 giornate a Marconi

«La rivolta degli schiavi» è la frase incriminata attribuita al giocatore del Pisa
Un duello tra Marconi, con il numero 31, e Obi durante un match con il Pisa
Un duello tra Marconi, con il numero 31, e Obi durante un match con il Pisa
Un duello tra Marconi, con il numero 31, e Obi durante un match con il Pisa
Un duello tra Marconi, con il numero 31, e Obi durante un match con il Pisa

Per i giudici dell’Appello aveva ragione il Chievo. Michele Marconi, sostengono, pronunciò quella frase discriminatoria nei confronti di Obi, a quattro minuti dalla fine della partita di Pisa del 22 dicembre.

 

«La rivolta degli schiavi», il labiale oggetto di indagine da parte della Procura federale fino alla sentenza di ieri della Corte d’Appello, a trasformare l’assoluzione del Tribunale nazionale in dieci giornate di squalifica. Una questione di principio per il Chievo aver denunciato l’episodio come fece nell’immediato post gara con un comunicato quasi in tempo reale cui si aggiunsero le parole di Giaccherini, primi passi formali che spinsero la Procura ad andare a fondo nella questione aprendo un’inchiesta e iniziando a sentire un testimone dopo l’altro.

 

Partendo proprio dallo sfogo di Obi, pubblico sui suoi profili social già pochi minuti dopo la gara: «Non è facile trovare parole dopo una serata così. Noi calciatori dovremmo pubblicare foto per condividere con voi la nostra felicità per una vittoria o la rabbia per una sconfitta o come successo stasera per aver tirato fuori una grande prova di orgoglio e aver pareggiato una partita difficile. E invece no! Nel 2020», la rabbia di Obi, «sono costretto a condividere un episodio che mi ha visto, mio malgrado, protagonista. Un episodio che non c’entra niente con il calcio e non dovrebbe c’entrare in nessun modo in qualsiasi campo della vita. Il razzismo non deve esistere! Noi siamo tutti uguali e se c’è un nemico da combattere insieme è proprio il pensiero della diversità! Ringrazio tutte le persone che in queste ore mi stanno mandando messaggi di vicinanza e di solidarietà. Questi messaggio devono arrivare a tutte quelle persone che come me hanno subito offese solo perché giudicati diversi».

 

 

 

Il secondo round s’è espresso, ma la partita giudiziaria potrebbe non essere finita. Il Pisa potrà ora rivolgersi al Collegio di Garanzia dello Sport del Coni. La Procura si mise immediatamente all’opera, subito a Veronello ad ascoltare fra gli altri anche Edoardo Busala e Marco Pacione, segretario e team manager del Chievo, entrambi ad avvalorare la tesi della società e a fornire ulteriori elementi insieme a vari tesserati. Giocatori compresi.

 

Mentre il Pisa sosteneva il contrario, evidenziando che «il nostro tesserato ha confermato di non aver rivolto alcun epiteto offensivo al calciatore avversario, tanto meno a sfondo razziale». Mettendoci il carico alla fine. «Il Pisa non accetta lezioni di comportamento da nessuno, tanto meno da chi non si è certo distinto negli ultimi anni per i valori dell’etica, del fair play e del rispetto delle regole basilari dello sport», la frecciata conclusiva, quando tutto pareva destinato a cadere nel vuoto, a spegnersi lentamente fra i tanti silenzi di quella notte all’Arena Garibaldi.

 

A trasformarsi nel classico nulla di fatto. Invece la partita era appena iniziata. Il 3 marzo il Tribunale Federale Nazionale presieduto da Giuseppe Rotondo respinse il deferimento di Marconi da parte della Procura, più la richiesta di dieci giornate di squalifica. Era solo il primo grado di giudizio, ma tutto poteva anche fermarsi lì. Il lavoro dell’accusa però non era terminato, convinta la Procura di poter attraverso nuovi elementi dimostrare un’altra verità.

 

Fino a riprendere con gli interrogatori, ad ascoltare prima gli operatori televisivi a bordo campo e poi chi quella sera andò in panchina. Interrogando ovviamente Marconi, raffrontandone le versioni e riempiendo ulteriormente il fascicolo. Fino al verdetto di ieri nel tardo pomeriggio con il pronunciamento della Corte d’Appello, firmato dal presidente Mario Luigi Torsello, sull’ulteriore reclamo della Procura del 14 marzo e la squalifica effettiva per dieci turni al trentunenne Marconi, 13 gol nel corso della stagione, punto di forza del Pisa titolare anche l’altro ieri nel pari col Venezia. Comprensibile quel grido del Chievo che parlò «di una infamante e squallida frase che nulla ha a che fare con i più elementari e basilari valori di sport, etica e rispetto».

 

Aggiungendo il rammarico «perché ad una frase sentita dai più in campo non sia seguito alcun provvedimento disciplinare». Nulla scrisse nel referto l’arbitro Alberto Santoro di Messina. Tutto archiviato in partenza. Ma la Procura aveva altre idee. Si attende la replica del Pisa.•.

Alessandro De Pietro

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