«Giak» è ai saluti Addio al Chievo ma futuro incerto

Emanuele Giaccherini vicino all’addio al Chievo
Emanuele Giaccherini vicino all’addio al Chievo
Emanuele Giaccherini vicino all’addio al Chievo
Emanuele Giaccherini vicino all’addio al Chievo

Deciderà fra un mese Emanuele Giaccherini. Il tempo di capire se è giusto smettere o se continuare e chiudere il cerchio a Cesena dove tutto è cominciato. Più probabile il ritiro ad oggi, dopo una stagione da assoluto comprimario e la panchina diventata ormai un’abitudine. Lontano Giak da quel che è stato il magnifico jolly di Conte con la Juve e con l’Italia, distante dagli scudetti e le battaglie con l’azzurro addosso. Col Chievo la storia è chiusa. A fine giugno il suo contratto sarà storia, così come quell’ingaggio anche assorbibile per la Serie A ma insostenibile al piano di sotto. Fuori luogo, specie di questi tempi. Fuori anche dal disegno di Aglietti, progressivamente ai margini dopo la lenta ripartenza e il recupero dall’infortunio all’ultima giornata di un campionato fa a casa della Juve Stabia. Colpo duro da assorbire, quando già gli altri cominciavano ad andare più forte. Ha perso il guizzo Giaccherini, il numero d’alta scuola di solito normalissimo per uno col suo talento. Le marce non sono più alte come una volta, inevitabile dazio da saldare al trascorrere del tempo acuito da tanti sabati trascorsi a guardare gli altri correre e lui a vivere di luce passata. Strada in salita Vuole aspettare Giaccherini, in attesa che magari il fuoco sacro torni a riaccenderlo. Adesso proprio no, dopo mesi da riserva e distante anche dalle aspettative di Aglietti che volentieri, con un altro rendimento, l’avrebbe incastrato nel sistema con i tre trequartisti preparato come alternativa al 4-4-2. Ha decelerato invece Giak, ad un certo punto lontano per rapidità dall’andatura di un esterno ma distante pure dalle soglie e le grandi distanze obbligate per una mezzala, ritorno all’antico solo abbozzato ai tempi di Marcolini finché era chiaro che l’unica mattonella rimasta era quella del rifinitore. Con lo spazio anche di potersi concedere qualche pausa, concessioni, però, non più tollerabili in un calcio che viaggia velocissimo e senza un attimo di tregua. Un grande esempio Giaccherini, fino alla fine. Ad inseguire, però, quel che era diventato complicato da raggiungere, a riprendersi spazi ormai perduti, a vivere di poche fiammate ma senza mai davvero far parte del mosaico di Aglietti. A cibarsi di pochi minuti qua e là, senza mai andare oltre. Fuori dai giochi anche nei playoff, sempre a veder alzarsi gli altri ad ogni cambio. Pure a Venezia. Ritorno all’antico Il Cesena è un’opportunità concreta, grazie al grande rapporto col vicepresidente Lorenzo Lelli. Desiderio anche di un anno fa quando però l’operazione era del tutto improponibile per un’onesta società di Serie C. Adesso è tutto diverso, perché dal primo luglio Giaccherini sarà un calciatore libero e quindi accessibile a tutti. Lui i confini li ha delimitati ben presto. Cesena o niente, Cesena o il ritiro. Da qui non si scappa, almeno per ora. Ormai vuoto il suo armadietto di Veronello, alla fine di un viaggio vissuto fra alti a bassi. Fra grandi picchi e qualche silenzio di troppo, incastrati in un periodo per niente facile per tutto il Chievo. A vivere anche di Serie B, a far di tutto per incidere anche quando di margini non ce n’erano più. Rievocando la punizione al Cagliari e lo strepitoso gol di Bologna in cui s’è rivisto il vero Giaccherini. Com’è stato in parte nel tridente di Aglietti, fino a indietreggiare sempre più a causa anche di muscoli che non hanno più risposto come prima. Ad imporgli qualche stop di troppo, a suggerirgli di fermarsi un attimo. A riflettere per un po’, a staccare la spina. E ragionare a mente fredda. Cala il sipario sulla sua storia col Ceo. Poi, il tempo dirà.•.

Alessandro De Pietro

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